“Mozione Almagro”, il governo del presidente Maduro all’esame dell’Osa

Pubblicato il 20 marzo 2017 da Mauro Bafile

Il presidente della Repubblica, Nicolás Maduro

CARACAS – Tra l’incudine e il martello. Il presidente della Repubblica, Nicolás Maduro, e il suo governo vivono oggi una congiuntura particolarmente difficile. Alla crisi politica, economica, sociale e istituzionale, nell’ambito nazionale, si aggiunge l’ulteriore appello del Segretario Generale dell’Organizzazione degli Stati Americani, Luis Almagro, che complica il panorama internazionale tutt’altro che favorevole. L’ex ministro degli Esteri dell’Uruguay, nel presentare l’aggiornamento del Dossier reso noto lo scorso maggio, ha chiesto ai membri dell’organismo la sospensione, non l’espulsione, del Venezuela dall’organismo regionale se al termine perentorio di 30 giorni il governo non convoca elezioni generali, se si rifiuta di liberare i prigionieri politici e se non ratifica ognuna delle leggi varate dal Parlamento. Un ultimatum ovviamente inaccettabile per il presidente Maduro che, attraverso una nota del Ministero degli Esteri, ha considerato il contenuto del documento un’intromissione inammissibile alle vicende interne del paese e, quindi, ha accusato Almagro di essere un “nemico” dichiarato del Venezuela.

Luis Almagro, Segretario Generale dell’Organizzazione di Stati Americani

Cosa accadrà ora? L’Osa si riunirà per avviare l’analisi della realtà del Venezuela. Sarà l’inizio di una battaglia diplomatica durante la quale il governo del presidente Maduro, piaccia o no, avrà il coltello dalla parte del manico. In altre parole, sarà assai difficile che la “mozione Almagro” possa superare l’esame. Insomma, che nella riunione del Consiglio Permanente dell’Osa si stabilisca che in Venezuela esiste un’alterazione del sistema democratico; condizione “sine qua non” per procedere ad avviare la “Carta Democratica” e, in ultima istanza, decidere la sospensione del Venezuela dall’organizzazione internazionale. La “mozione Almagro” dovrà essere approvata dalla maggioranza. E cioè, da 18 dei 35 paesi membri. Ma, nei passi successivi, le decisioni dell’Organismo dovranno essere ratificate da almeno 24 dei suoi membri.
Un’analisi fredda, razionale della realtà nella quale agisce l’Osa indicherebbe un trionfo del governo del presidente Maduro. A prescindere da considerazioni sullo stato reale del dialogo tra Governo e Opposizione di cui il Vaticano è uno dei protagonisti o sui tempi della diplomazia, sempre assai lunghi quando si tratta di assumere posizioni e responsabilità chiare, la verità è che il governo ha ancora l’arma della dissuasione offerta da Petrocaribe, seppur indebolita dalla crisi petrolifera e dalla riduzione della capacità estrattiva di Pdvsa che non ha relazioni con il tetto di produzione imposto dall’Opec. A nessuno dei paesi che aderiscono a Petrocaribe conviene irritare il governo del presidente Maduro che, come ritorsione, potrebbe chiudere il rubinetto: negare il greggio a prezzi scontati ed anche esigere il pagamento delle bollette in rosso.

Il governo del presidente Maduro, quindi, ha grosse possibilità di trionfo nel braccio di ferro con il Segretario Generale dell’Osa, Luis Almagro, e con quei paesi – leggasi, Paraguay, Perù e Stati Uniti – che hanno accusato il governo del Venezuela di essere un regime “antidemocratico” che soffoca la dissidenza e incarcera gli avversari politici. Ma il successo rappresenterà paradossalmente anche un’amara sconfitta. Il solo dibattito sulla “mozione Almagro”, nell’ambito internazionale, raffigura un duro colpo alla credibilità del governo che viene sempre più spesso paragonato ai regimi di forza di Branco, Pinochet, Videla o Fujimori.
Ovviamente la pressione internazionale ha la sua importanza ma ogni sforzo sarà comunque vano se l’Opposizione non riuscirà ad archiviare le polemiche interne, gli interessi personali e a sostituire obiettivi congiunturali, come lo sono stati l’elezione del nuovo Parlamento e la lotta per il referendum revocatorio, per altri a medio e lungo termine. Vale a dire, se non riuscirà a costruire un programma di governo con pochi obiettivi ma realistici; un programma di governo che riesca a interpretare gli interessi delle varie anime che costituiscono l’alleanza e, soprattutto, a offrire risposte alle esigenze dei cittadini che desiderano non solo un cambio di governo né un salto nel vuoto.

Henry Ramos Allup, leader di Acción Democrática ed ex presidente del Parlamento

Sempre nell’ambito della politica nazionale, in questi giorni, a tener banco sono voci insistenti di una probabile “mega-elezione”, forse nel 2018. Se così fosse, slitterebbe ulteriormente la data delle regionali, che dovevano realizzarsi a dicembre dello scorso anno. L’ex presidente del Parlamento, Henry Ramos Allup, non senza preoccupazione ha dichiarato che il governo non ha alcuna intenzione di organizzare elezioni quest’anno perché, “qualora dovesse farlo, sicuramente le perderebbe”.
La denuncia del leader di Acciòn Democratica coincide con la preoccupazione di analisti e esperti che assicurano che sarà poco probabile che il governo si sottoponga all’esame delle regionali nel 2017 e mettono anche in dubbio la realizzazione delle presidenziali del 2018. Al contrario, altri sostengono che sarebbe possibile una “mega-elezione”, da realizzarsi l’anno prossimo. L’obiettivo, sempre stando ad analisti ed esperti in materia, sarebbe quello di offrire ai propri candidati a Governatori e Sindaci una maggiore possibilità di trionfo essendo presumibilmente il Tavolo dell’Unità concentrato più sulle presidenziali e alle prese con le aspirazioni dei piccoli leader regionali che potrebbero creare serie fessure nell’alleanza. Il governo, stimano poi gli analisti, potrebbe anche finanziare “candidature false”, specchio per allodole il cui obiettivo sarebbe l’atomizzazione dell’opposizione.
Anche il processo al quale i partiti sono obbligati a partecipare in queste settimane per ottenere il riconoscimento dal Consiglio Nazionale Elettorale suscita interesse. Nonostante le innumerevoli difficoltà poste dall’organismo elettorale, Voluntad Popular e Primero Justicia pare abbiano già superato l’esame. La prossima settimana toccherà ad Acciòn Democrática.

La decisione del Consiglio Nazionale Elettorale di obbligare i partiti politici a partecipare a un processo di legalizzazione dalle regole draconiane, stando ai leader dei maggiori partiti d’Opposizione e del Tavolo dell’Unità, ha per obiettivo decimare l’opposizione e permettere al presidente Maduro, o comunque al candidato del Psuv, di presentarsi alle prossime regionali o presidenziali con un’opposizione debole e, se possibile, divisa. Fino ad ora la maggior parte dei partiti che hanno partecipato al processo di legalizzazione, pare sia riuscita a superare l’esame. Resta, comunque, la Spada di Damocle che pende sul Tavolo dell’Unità. La coalizione dell’Opposizione, infatti, potrebbe essere messa fuori legge qualora la Corte ritenesse con fondamento le denunce poste dai rappresentanti del Psuv.
Mauro Bafile

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