Trump trema, l’Fbi indaga sui legami con la Russia

Pubblicato il 20 marzo 2017 da ansa

FBI Director James Comey (L) and National Security Agency Director Mike Rogers (R) prior to testifying before the House Select Intelligence Committee hearing on Russian active measures during the 2016 election campaign on Capitol Hill in Washington, DC, USA, 20 March 2017. EPA/SHAWN THEW

WASHINGTON. – Quello che il direttore dell’Fbi James Comey è disposto a concedere lo mette sul tavolo subito, confermando in apertura dell’audizione davanti alla commissione intelligence del Congresso che il Bureau sta indagando su possibili legami ed un eventuale coordinamento tra la Russia e l’entourage di Donald Trump nell’ambito di una più vasta inchiesta sul sospetto di interferenze di Mosca nelle elezioni presidenziali americane.

E’ la prima scossa che manda alla Casa Bianca da Capitol Hill, seguita poi a stretto giro dalla smentita di intercettazioni presso la Trump Tower, cosa che forse ancor di più mette in difficoltà il presidente, che resta aggrappato a quei 140 caratteri con cui ha accusato il predecessore Barack Obama di averlo spiato durante la campagna elettorale.

E’ la prima volta che Comey ammette pubblicamente l’esistenza dell’inchiesta sul Russiagate e lo fa – spiega – con l’autorizzazione del dipartimento di Giustizia, rompendo quindi in nome dell’interesse pubblico una prassi di segretezza altrimenti osservata al millesimo. Nessun altro dettaglio sui tempi o sulle modalità.

“E’ frustrante, ma altro non dirò”, avverte la commissione che lo mette sulla graticola per ore, senza tuttavia ottenere più di qualche commento. Comey ha infatti riconosciuto che i russi possano avere avuto delle preferenze per Trump (candidato prima e presidente poi), che il presidente russo Vladimir Putin preferisce avere a che fare con leader “che siano businessman, come Berlusconi per esempio, perché con loro é più facile negoziare”, che la Russia vorrebbe vedere sollevate le sanzioni imposte in seguito alla crisi ucraina, così come a Mosca non dispiacerebbero altre Brexit.

Fino a riferire la ricostruzione dell’intelligence secondo cui i russi “odiano” Hillary Clinton e “volevano danneggiarla”, ma “a fine estate erano convinti che Clinton avrebbe vinto”, che Trump non avesse chance e quindi decisero di rivolgere l’attenzione verso la candidata democratica.

La seconda scossa è però quella che forse nell’immediato dà più fastidio a Trump: “Non abbiamo informazioni a sostegno” di quanto espresso nel tweet del presidente Donald Trump con le accuse al suo predecessore Barack Obama di averlo intercettato presso la Trump Tower.

Eppure il presidente aveva promesso “vedrete, altro uscirà”, nell’imbarazzo seguito ai quei 140 caratteri diventato anche un ‘pasticcio’ diplomatico dopo aver tirato in ballo un presunto coinvolgimento degli 007 britannici. Nessun individuo può ordinare che un americano venga intercettato. E’ una opzione che viene garantita dopo un rigoroso processo, ha confermato ancora Comey, come a ‘scagionare’ Obama.

Quindi la stoccata definitiva da parte del capo dell’Nsa, Mike Rogers, che da parte sua ha chiarito: “Nessuno ha chiesto al Regno Unito di intercettare Donald Trump”. Tale richiesta “andrebbe espressamente contro gli accordi” tra le agenzia di intelligence di diversi paesi.

La Casa Bianca resta per ora immobile, con il portavoce Sean Spicer che non cede di un millimetro dal podio della sala stampa e piuttosto rilancia i sospetti diffusi da Trump via Twitter sui presunti rapporti tra la campagna di Hillary Clinton e i russi e sul rifiuto del comitato nazionale democratico di far esaminare dall’Fbi i propri server hackerati, mentre torna a condannare le “criminose” fughe di notizie diffuse dai media: “Indagare e avere prove sono cose diverse”.

(di Anna Lisa Rapanà/ANSA)

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