Dopo la sconfitta a Crotone: processo all’Inter, Pioli sulla graticola

Pubblicato il 10 aprile 2017 da ansa

Mauro Icardi inesistente a Crotone. ANSA/ALBANO ANGILLETTA

MILANO. – Processo all’Inter, franata senza orgoglio sul campo del Crotone dove tutte le grandi hanno vinto. I dirigenti accusano, accusa anche Stefano Pioli che forse incassa una fiducia passeggera ma che, inevitabilmente, sarà il primo a finire sulla graticola. La stagione rischia di chiudersi con una implosione drammatica. Fallito l’obiettivo Champions, è tangibile il rischio di lasciarsi sfuggire anche la più modesta Europa League, competizione alla quale l’Inter sembra allergica.

La resa dei conti va in scena ad Appiano Gentile dove si ritrovano Ausilio, Gardini, Zanetti e Pioli per strapazzare i giocatori. Dopo il danno, si rischia la beffa: sabato il derby con un Milan galvanizzato dalla vittoria contro il Palermo e avanti in classifica. Poi, Fiorentina e Napoli: la società vuole limitare i danni in previsione di una nuova, l’ennesima, rivoluzione di una squadra che non trova pace, instabile e fragile, forse pure arrogante come dice Piero Ausilio.

Niente giorno di riposo e ritiro anticipato di appena un giorno: una punizione a metà per i giocatori a capo chino di fronte alle loro responsabilità. Poco onore, scarso attaccamento alla maglia, nessuna fame. Il Crotone ha corso e sudato, si è impegnato e ci ha creduto portando a casa una vittoria meritata.

I campioni dell’Inter latitano, Icardi non segna fuori casa e ultimamente neanche a San Siro. E’ un campione ma non del tutto, lontano dalla classe cristallina di stelle come Dybala e Higuain, di Insigne o Belotti. Bene fa Bauza a escluderlo, per ora, dalla Nazionale argentina.

L’Inter non è ancora una grande squadra. Pioli è un allenatore serio e concreto ma il tasso tecnico è troppo povero per coltivare traguardi ambiziosi. Suning sta a guardare ma – di certo – la proprietà è irritata e delusa. La tentazione di far cadere l’ennesimo allenatore è forte nel solco di una tradizione consolidata dai tempi di Moratti a oggi. Addirittura una prassi che presuppone una scarsa disponibilità all’analisi da parte dell’intero gruppo dirigente.

L’Inter non ha fuoriclasse, non ha giovani talenti da lanciare, si affida a buoni giocatori, troppo spesso e con troppa fretta acclamati e pagati come top player. Lo dice il campo: Gagliardini, Candreva, Medel, Joao Mario passando per Banega e Kondogbia con Gabigol a fare da ciliegina su una torta indigesta.

Difficile chiedere di più a questa squadra e proprio Mancini – che quest’estate ha dato forfait – torna a farsi sentire. Avanza dubbi sull’effettiva capacità di qualche dirigente, difende Pioli e si schiera a favore di tutti quegli allenatori che pagano in prima persona senza però aver avuto alcuna voce in capitolo nella composizione dell’organico. Un’ingiustizia, secondo lui.

Non ha torto: Pioli ha raccolto l’eredità fallimentare di De Boer, una scelta frutto di un capriccio di Thohir. L’allenatore emiliano ha fatto quello che ha potuto e ora deve affrontare un improvviso calo, come già accadde la scorsa stagione con Mancini, sempre nel girone di ritorno. Eppure, nonostante Pioli sia rispettato e difeso, si pensa sempre a qualcuno ‘migliore’ di lui. Nomi importanti come se bastasse il nome a fare la squadra. Bisognerebbe invece ripartire dai giocatori, intervenire sul mercato in uscita in maniera massiccia, procedere a riequilibrare la rosa aumentandone il valore.

Prima era Conte, adesso è Spalletti il candidato più in voga. Dietro l’angolo aspetta Simeone. La società deve dare un segnale chiaro su quale strada voglia intraprendere per mantenere le sue promesse e ridare all’Inter il rango della grande squadra. Un cambio di tendenza sarebbe auspicabile: invece di sfogliare la margherita dei papabili allenatori, bisognerebbe portare a Milano giocatori diversi perché, alla fine, sono solo loro a fare la differenza.

(di Daniela Simonetti/ANSA)

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