Migranti: quando l’integrazione non è una favola

Pubblicato il 05 giugno 2017 da ansa

Arrivo migranti a Fiumicino

ROMA. – Da meno un esame, a meno tutti. E in un’altra lingua. E’ ricominciata così la vita di Mirvat che ad Aleppo voleva studiare. Fermata dalla guerra, è passata all’università di Latakia. Stop di nuovo, ha provato a fare su e giù dal Libano. Le mancava un esame quando è diventato troppo pericoloso studiare. Ma non ha rinunciato. Mirvat oggi frequenta l’università a Ferrara con una borsa di studio. A 25 anni è tornata in aula, con quelli del primo anno. Niente sconti. Per lei, come per gli altri 790 migranti arrivati finora con un corridoio sicuro dal Libano.

Un anno dopo c’è chi litiga con l’italiano e i bambini che correggono i padri, chi lavora in ospedale e chi in fabbrica. Tanti cercano un mestiere. Anche i sogni vanno riscritti, e non più in arabo. ”La favola dell’integrazione facile aiutata dai corridoi umanitari non racconta la verità”, dice Giulia Gori che segue il progetto per la Federazione delle chiese evangeliche.

Conosce storie e problemi di ognuno, soprattutto il gruppo dei romani. Altri sono sparsi da nord e sud, seguiti anche dalla comunità di Sant’Egidio che dell’avventura condivide testa e braccia. Giulia non è delusa dal progetto. Anzi. ”Quando in tv vedo le immagini dei barconi di migranti, sto male e bene allo stesso tempo – racconta – perché penso alla dignità che siamo riusciti a lasciare a queste persone, facendole arrivare in aereo”.

Orgogliosa è anche Maria Quinto di Sant’Egidio, colpita soprattutto dall’accoglienza italiana ai ‘suoi’ siriani. ”Ma il percorso non è facile, e chi l’ha mai detto? – chiede – Bisogna reinventarsi, a volte da zero. Il primo anno si mettono le basi e da lì si continua”.

E’ così per Mahmoud che ora abita in un appartamento a Campoleone, frazione tra Roma e Latina. Sala, cucina e due camere per moglie e i tre figli. La casa che aveva a Homs era più grande. ”Ma non era sicura”, ricorda. Lì faceva l’imbianchino, qui ha ottenuto un contratto a chiamata alla Procter & Gamble. ”Metto i tappi sui flaconi di shampoo e va bene così. Ma cerco un lavoro per la vita, perché io ho tre bambini, per il futuro..”.

A volte le aspettative sono alte, altre è l’idea di futuro che è stata cancellata e ora è difficile trovarne un’altra che sia adatta al nuovo mondo Europa. Hamza, 29 anni e pasticciere in Siria per quasi la metà, ha imparato a fare la pizza. Ha fatto un corso certificato a Roma e ora vorrebbe lavorare.

Ma ”in Italia c’è Tunisia Marocco africani, c’è tanta gente – elenca in un italiano ancora incerto – e questo per lavoro è male, troppo male”. Ma la speranza non l’ha persa. Non può, ora che sta per diventare di nuovo padre. Sua moglie è all’ottavo mese. Dopo Rahaf che ha 2 anni, aspettano un maschio. Si chiamerà Obaida, figlio dei corridoi umanitari al 100% perché nato e concepito in Italia.

”In arabo Obaida significa forte.. solo forte.. così”, e alza i pugni per farsi capire. Mirvat gesticola poco, non ne ha bisogno. Più spesso, ascolta. Ha imparato così a conoscere gli italiani. ”Prima di partire li immaginavo come persone chiuse. C’è sempre quest’idea che noi arabi siamo un popolo caldo.. e invece ho scoperto che gli italiani sono uguali, hanno sempre voglia di parlare e aiutare”.

(di Michela Suglia/ANSA)

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