Gaza, 10 anni fa Hamas prendeva il potere a spese dell’Anp

Pubblicato il 06 giugno 2017 da ansa

GAZA. – Dieci anni fa, fra il 10 e il 15 giugno, una grande frattura si apriva nella politica palestinese quando le forze di Hamas, al termine di una battaglia cruenta nelle strade di Gaza (161 morti), espulsero dalla Striscia gli apparati di sicurezza dell’Anp fedeli ad Abu Mazen (al-Fatah), che da allora non vi hanno piu’ fatto ritorno. Per l’occasione Hamas non ha finora annunciato celebrazioni di sorta. Ma un suo dirigente, Sallah el-Bardawil, ha ribadito che il suo movimento e’ determinato a restare al potere: ”Abbiamo resistito per dieci anni – ha detto – e possiamo resistere altri dieci”.

Si riferiva probabilmente al potenziale militare messo a punto da Hamas, che in tre occasioni – nel 2008, nel 2012 e nel 2014 – ha messo a dura prova l’esercito israeliano. Nelle dichiarazioni pubbliche i dirigenti di Hamas elencano una serie di successi conseguiti in questi anni di potere esclusivo sui circa due milioni di abitanti della Striscia.

Rilevano di aver estirpato dalle strade di Gaza il terribile caos di sicurezza (centinaia di morti negli anni 2004-2007) e di aver ripristinato l’ordine. Aggiungono di aver dimostrato al popolo palestinese che le trattative condotte dall’Anp con Israele hanno portato ad un vicolo cieco, e che solo la lotta armata ad oltranza potrà mettere fine alla occupazione. Già fra pochi anni, prevedono, ”Gerusalemme sarà liberata”.

Ormai le Brigate Ezzedin al-Qassam (ala militare di Hamas) rappresentano una minaccia che non può più essere sottovalutata: al punto che adesso Israele sta approntando una grande barriera difensiva sotterranea lungo le linee di demarcazione, nel timore dei tunnel di Hamas. Infine, e questo è un altro successo di cui Hamas si fregia, la diffusione dell’Islam è adesso molto più capillare. ”Siamo un partito di Dio”, dicono i suoi portavoce.

Ma in una Gaza afflitta da mille difficoltà economiche c’è anche chi offre un quadro meno lusinghiero dei dieci anni di Hamas. Fra questi il grande scrittore Abdullah Abu Sharkh, che all’inizio del mese è stato arrestato (e poi rimesso in libertà) per aver espresso critiche su Facebook. Anche il politologo Hani Habib, della Università a-Zahar di Gaza, in una conversazione con l’ANSA, sembra incline allo sconforto. ”Siamo tornati indietro al secolo scorso” lamenta, riferendosi alla incapacità per gran parte della popolazione di soddisfare le proprie necessità più elementari.

Oggi a Gaza chi vuole una bombola di gas da cucina deve prenotarla con due mesi di anticipo. L’acqua dei rubinetti non è potabile, e la corrente elettrica è erogata tre-quattro ore al giorno. Per riparare questi disastri, viene affermato, occorrerebbe un accordo politico che consentisse ad Abu Mazen di recuperare il controllo dei valichi esterni di Gaza e di assumere le redini dei ministeri. Ma finora né le spinte interne né quelle esterne sono bastate.

”Per superare la frattura fra Hamas ed al-Fatah – secondo Habib – va mobilitata la opinione pubblica popolare”. Di fronte alle lacerazioni della politica palestinese, aggiunge, Israele ha buon gioco a portare avanti la politica di colonizzazione, ed i Paesi arabi hanno una ottima scusa per esimersi dai loro impegni verso i palestinesi. Proprio in questi giorni uno dei maggiori sostenitori di Gaza, il Qatar, versa in brutte acque. Negli anni Hamas ha anche perso il sostegno della Siria, mentre si è affievolito quello della Turchia e dell’Iran.

Non a caso il nuovo leader di Gaza, Yihya Sinwar, è impegnato in questi giorni in una missione al Cairo per ricucire i rapporti almeno con l’Egitto. Di questi tempi anche una parziale riapertura del valico di Rafah, fra Gaza ed il Sinai, darebbe alla popolazione un po’ di fiato. Quanto a celebrazioni, a quanto pare, non c’è in giro una grande voglia di festeggiare.

(di Sami al-Ajrami/ANSAmed)

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