Gentiloni ricorda l’esodo degli ebrei dalla Libia, a rischio i cristiani

ROMA. – Fu una storia di persecuzione ma anche un esempio di integrazione, l’esodo degli ebrei dalla Libia di cinquanta anni fa. Lo ricorda il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, insieme al rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, la presidente della Comunità ebraica romana Ruth Dureghello e la presidente Ucei Noemi Di Segni, nel corso di una cerimonia nel Tempio Maggiore di Roma.

Un anniversario che diventa occasione, per il premier, per ricordare lo “sforzo enorme” dell’Italia per l’accoglienza dei migranti e la stabilizzazione della Libia. E anche per lanciare un allarme: si assiste oggi, avverte Gentiloni, in molti Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente a “fenomeni di antisemitismo ma anche di persecuzione dei cristiani” che rischiano di “impoverire” l’area del Mediterraneo e sfociare in casi di “allontanamento delle comunità cristiane”.

Cinquanta anni fa, in concomitanza con la guerra dei sei giorni, gli ebrei di Libia sono vittime di un pogrom: nel giugno 1967 sono costretti alla fuga da Tripoli e Bengasi e tremila di loro arrivano a Roma, solo con una valigia e i vestiti indossati. Vengono accolti e grazie anche allo sforzo di personalità come Shalom Tesciuba e Sion Burbea, omaggiate oggi con un riconoscimento, negli anni si integrano.

Oggi, sottolinea Ruth Dureghello, l’esempio degli esuli libici dimostra che “integrarsi è possibile, rispettando le leggi del Paese che ti accoglie. In un’epoca in cui si parla tanto di migrazioni e troppi attentati colpiscono l’Europa, non restiamo indifferenti al dolore e alla sofferenza di chi è più debole”, dichiara la presidente della Comunità ebraica di Roma.

Serve “spirito di interesse e curiosità alla diversità, non diffidenza”, osserva la presidente delle Comunità Ebraiche italiane Noemi Di Segni. E il Rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, ricorda: “La storia dei quel miracolo dell’integrazione insegna molto ai nostri giorni. Nel disastro attuale della Libia, chi ne parla con rimpianto sono proprio gli ebrei che ne sono stati cacciati”.

Di Libia parla nel suo intervento Gentiloni, che indossa la kippah e viene accolto da applauso nella sinagoga. L’Italia ha “responsabilità storiche” in Libia: ci sono stati, ricorda, “campi di concentramento gestiti da italiani in cui sono morti centinaia di ebrei”.

Oggi il nostro Paese è pienamente impegnato per la stabilizzazione, perché la Libia non venga sfruttata “in modo osceno dai nuovi schiavisti e dai potenziali terroristi”. E allo stesso tempo, ricorda, l’Italia compie uno “sforzo enorme” nell’accogliere dei migranti, “nonostante difficoltà, polemiche, pericoli”. In prima fila nell’accoglienza, c’è anche la comunità ebraica: “Grazie – dice il premier – per la vostra sensibilità”.

(di Serenella Mattera/ANSA)