L’Ue rafforza il fondo industria Difesa, 500 milioni l’anno dal 2019

BRUXELLES. – L’Europa, divisa sulle politiche migratorie e sul futuro dell’Eurozona, si ritrova compatta sulla proposta di rafforzare la sua industria della difesa, tanto per la ricerca quanto per lo sviluppo industriale dei progetti. Con la prospettiva finale di avere una Europa della difesa che possa ‘comprare europeo’, mantenendo la proprietà dei brevetti.

“La difesa è uno dei principali campi per rilanciare l’Europa” ha osservato Federica Mogherini nel giorno in cui, assieme al vicepresidente per la crescita Jyrki Katainen, ha presentato da una parte il ‘reflection paper’ con i tre scenari di sviluppo politico del rafforzamento della difesa (dalla blanda ‘cooperazione’ volontaria caso per caso, alla ‘difesa comune’ con integrazione delle forze armate, passando per l’intermedia ‘difesa condivisa’ che implica più solidarietà operativa e finanziaria rispetto allo status quo), dall’altra la proposta legislativa per finanziare già dal 2019 con 500 milioni di euro del bilancio europeo la ‘finestra’ del Fondo europeo per la Difesa dedicata allo sviluppo di prototipi.

La proposta – che affianca la ‘finestra’ per la ricerca, già attiva e dotata di 25 milioni di euro per il 2017, 40 mln per il 2018 ed altri 25 per il 2019 (con i primi progetti già in fase di preparazione e selezione) – prevede che, col prossimo bilancio pluriennale Ue (ovvero dopo il 2020), il finanziamento del fondo arrivi ad una potenza complessiva di 5,5 miliardi di euro l’anno, di cui 1 mld dal bilancio europeo, 4 mld messi sul piatto dagli stati membri (che potranno escludere i contributi dai vincoli del patto di stabilità) e 500 mln l’anno di fondi per la sola ricerca.

“Abbiamo fatto di più negli ultimi dieci mesi che nei precedenti 60 anni”, hanno osservato Katainen e Mogherini. Chiaro riferimento al referendum della Brexit che mise il turbo alla ‘Strategia globale’ presentata da Mogherini al vertice di giugno scorso. Il rafforzamento della Difesa ha poi ottenuto la corsia preferenziale nel vertice di Bratislava di settembre. L’arrivo di Trump alla Casa Bianca, incluso il brusco appello a riportare le spese militari al 2% del pil, sta facendo il resto.

Rafforzare l’industria europea della difesa, spiegano fonti interne, è considerato lo strumento tanto per dare le risposte politiche di sicurezza quanto per rilanciare la crescita, riducendo l’attuale dipendenza dall’industria americana e la frammentazione delle capacità militari europee, che – secondo la stima più prudente – costano 25 miliardi l’anno per le inefficienze di un sistema in cui “28 paesi fanno 28 volte le stesse cose”.

Lo schema proposto dalla Commissione è quello di spingere l’integrazione finanziando progetti presentati da Consorzi composti da almeno tre società (ovvero con azionariato per almeno il 50% europeo) di almeno due diversi paesi, imponendo però modelli con ricadute dirette sulle Pmi. La scelta dei progetti sarà fatta in cooperazione dagli stati membri, con l’Eda (l’agenzia europea per la difesa) e la Ue nelle vesti di “facilitatori”.

La parte più consistente dei finanziamenti sarà per lo ‘sviluppo’ di prototipi, che hanno quindi già potenziali clienti finali. Tra le prime idee che circolano quello di droni anche per l’ambiente marittimo e sistemi di comunicazione satellitari per i soldati in campo di battaglia. “Non vogliamo più potere per la Commissione, né proponiamo di sovrapporci alla Nato” che continuerà ad avere “la responsabilità della difesa territoriale”. In compenso la Ue spinge per rafforzarsi nella difesa contro terrorismo, minacce di guerra ibrida e cyber.

(di Marco Galdi/ANSA)