Allarme Banche venete, stretta su operazione di sistema

MILANO. – Corsa contro il tempo per il salvataggio delle banche venete. Unicredit e Intesa Sanpaolo, le principali banche del Paese, sono al lavoro per mettere a punto un’operazione di sistema che permetta di reperire gli 1,2 miliardi di euro di capitali privati chiesti dalla Ue per autorizzare gli aiuti di Stato alla Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, il cui fabbisogno di capitale è stato quantificato dalla Bce in 6,4 miliardi di euro.

Lo stallo in cui versano le due banche, da mesi invischiate in estenuanti trattative con la Dg Comp dell’Ue per autorizzare il salvataggio statale, hanno impedito di avviare le azioni di risanamento contenute nel piano di fusione messo a punto dall’a.d di Vicenza, Fabrizio Viola. L’incertezza, che spaventa i clienti e svuota i conti correnti, ha reso necessaria l’emissione di 10 miliardi di bond garantiti dallo Stato per mantenere artificialmente in vita la liquidità.

“Leggetevi l’analisi fatta dalla Cgia di Mestre per capire a quali rischi ci si espone se non si prendono decisioni immediate. Non c’è altro tempo da perdere”, ha sbottato Viola rinviando all’analisi con cui la Camera di Commercio bolla il fallimento delle due banche come “un dramma” per l’economia veneta, che rappresenta il 9% del Pil e il 14% dell’export italiano.

Martedì si riunirà il Cda di Popolare di Vicenza e, altrettanto potrebbe fare quello di Veneto Banca formalmente non ancora convocato. Appuntamenti cruciali, in cui i consiglieri, in mancanza di una parola chiara sulla possibilità di reperire i capitali privati potrebbero alzare le mani e rimettere il destino delle due banche nelle mani della Bce, alla luce delle condizioni critiche in cui versano gli istituti. Con il rischio concreto di andare al bail in.

Alla luce dell’aggravarsi della situazione, l’impegno del Tesoro e del governo è massimo per trovare, assieme a Unicredit, Intesa e Bankitalia, una soluzione rapida. Martedì è in agenda un Cda di Ca’ de Sass in cui il dossier venete entrerà di prepotenza e da cui potrebbero arrivare azioni concrete.

Nelle due banche maggiori del Paese è infatti maturata la consapevolezza che erigere un cordone sanitario eviterà danni maggiori di una risoluzione, i cui costi a carico del sistema potrebbero lievitare fino a 11 miliardi a tutela della ‘massa protetta’ dei depositi. E anche tra gli analisti si fa largo l’idea che un nuovo contributo del sistema possa essere il “male minore”, come scrive Equita Sim.

“Dal punto di vista del Paese, un ulteriore intervento potrebbe mettere fine – si spera una volta per tutte – alla preoccupazione che la debolezza delle due banche venete possa rappresentare un rischio e generare effetti negativi per l’intero sistema” afferma Mediobanca.

L’idea è quella di ripartire proporzionalmente su tutto il sistema, magari anche con il contributo di Cdp e Poste, il costo dell’intervento. Il veicolo è ancora da individuare, con il Fondo volontario che potrebbe essere preferito a un rifinanziamento del fondo Atlante. L’idea di versare un nuovo obolo – visto come fumo negli occhi da molti banchieri – inizia però a fare breccia nel sistema.

“Se tutti parteciperanno, parteciperemo anche noi”, ha detto l’a.d di Banca Mediolanum, Massimo Doris. E la moral suasion del governo e di Bankitalia potrebbe spingere anche i banchieri più recalcitranti ad accodarsi.

(di Paolo Algisi/ANSA)