Banche venete, la spinta del Tesoro. Arrivano offerte

Pubblicato il 20 giugno 2017 da ansa

Photographer: Alessia Pierdomenico/Bloomberg via Getty Images

MILANO. – Mentre il Tesoro precisa che l’ipotesi di procedere a una ricapitalizzazione precauzionale delle banche venete “non è tramontata” e resta il terreno di confronto “prevalente” con la Ue, il piano ‘B’, quello di un’asta per le good bank che nasceranno dalla separazione delle attività ammalorate della Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, registra un colpo d’accelerazione.

Entro domani alle ore 12 andranno presentate a Rothschild, advisor del Tesoro, le offerte da parte dei soggetti interessati a rilevare le ‘good bank’ venete. Alla data room aperta dal Mef hanno avuto accesso decine di soggetti, tra cui Unicredit e Bnl. Ma gli occhi sono tutti puntati su Intesa, principale candidata al ruolo di cavaliere bianco. Anche perché sul dossier avrebbe fatto un passo indietro Iccrea, assistita da Mediobanca, con un raffreddamento deciso nelle ultime ore e seguito passo passo da Bankitalia.

L’altra grande banca chiamata dal Tesoro a lavorare sul dossier, Unicredit, ha confermato la sua posizione, che sembra escludere un interesse all’asta sulle good bank venete: “siamo disposti a partecipare a quella che è una soluzione di sistema proporzionale che coinvolga la grandissima parte delle banche italiane”, ha confermato il presidente Giuseppe Vita.

“Siamo ancora alla ricerca di una soluzione di sistema – ha aggiunto – e in questo sistema alcune banche si fanno avanti. La situazione cambia da un giorno all’altro, è un work in progress”. In questo contesto fluido il Tesoro continua a lavorare a una ricapitalizzazione precauzionale, cercando gli 1,2 miliardi di capitali privati chiesti dalla Ue. Ma quella che sembra materializzarsi è un’altra soluzione, sempre con iniezione di risorse dei contribuenti e in ogni caso preservando depositi e bond senior dal ‘burden sharing’.

Allo studio c’è infatti una replica della soluzione adottata per le quattro good bank mandate in risoluzione nel novembre 2015, con la separazione dei crediti deteriorati, la sterilizzazione dei rischi legali, la vendita di alcuni asset e importanti esuberi (si parla di 4 mila su 11 mila dipendenti), per i quali lo Stato si farebbe carico di un rifinanziare il fondo esuberi di settore.

Intesa – con il top management in prima linea sul dossier – sarebbe disponibile a intervenire a patto di non mettere a rischio i dividendi (ne ha promessi per 3,4 miliardi quest’anno) e i suoi coefficienti patrimoniali. Il punto interrogativo riguarda però le ‘banche cattive’.

A differenza che nel salvataggio del Banco Popular da parte del Santander, che si è accollato 7 miliardi di aumento, “nel caso delle banche venete la bad bank sarebbe finanziata dallo Stato e questo non piace a Bruxelles”, rileva Equita Sim. Per smuovere il sistema bancario a farsi carico degli asset ‘tossici’ (le banche “non sono entusiaste di accollarsi delle perdite per permettere a Intesa di comprare le good banks a 1 euro”) Equita ipotizza “un provvedimento fiscale” del governo, una sorta di merce di scambio a vantaggio di tutto il sistema.

“Non sta a me o ai miei servizi decidere quali misure dovrebbero prendere, sta alle autorità degli Stati” ha detto la commissaria alla Concorrenza, Margrethe Vestager, secondo cui, pur lavorando “nel quadro di regole certe”, “c’è una certa flessibilità” nella loro applicazione. Un monito a non investire soldi privati nei salvataggi bancari è arrivato dalla Consob.

“Non sono note le condizioni di redditività prospettica delle banche in crisi – ha detto il presidente Giuseppe Vegas – e quindi un intervento diretto da parte di altri intermediari potrebbe non rispondere a logiche di sostenibilità nel lungo periodo”. A maggior ragione perché il sistema bancario italiano “non ha ancora raggiunto nell’insieme quel livello di efficienza e redditività che consentono costose operazioni di salvataggio”.

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