Non passa la linea di Macron sullo scudo anti-Cina

Pubblicato il 23 giugno 2017 da ansa

BRUXELLES. – Altolà alla difesa dei settori strategici dell’industria europea, perché gli investimenti dei Paesi terzi, inclusi quelli cinesi, servono. E’ il primo inciampo in cui è incappata la nuova ‘dottrina’ dell’ “Europa che protegge” del presidente francese Emmanuel Macron, alla prova del fuoco del primo vertice Ue.

I 28 hanno infatti cassato la proposta, originariamente contenuta nella bozza di conclusioni, di una messa a punto da parte della Commissione Ue di un meccanismo di sorveglianza sugli investimenti stranieri nei settori industriali strategici. Sebbene si precisasse che le competenze decisionali restavano fermamente in mani nazionali, la versione finale approvata dai leader Ue si è limitata a parlare di una generica “analisi degli investimenti”.

Resta l’invito a “portare avanti il dibattito su come aumentare la reciprocità nei campi degli appalti pubblici e degli investimenti”, e viene rimessa la palla in campo con l’impegno a tornare sull’argomento “in una delle prossime riunioni”.

La verità, però, è che Macron, anche se spalleggiato da Germania e Italia nonché dal presidente della Commissione stessa Jean-Claude Juncker, che ha detto essere “perfettamente d’accordo” con lui sulla politica commerciale, si è trovato di fronte un’opposizione più forte del previsto.

A fare barriera allo ‘scudo anti-Cina’, infatti, non c’erano solo i Paesi del Nord Europa tradizionalmente liberisti come Olanda e Svezia, ma anche i ‘mediterranei’ Grecia e Portogallo. Con un argomento forte: il bisogno di investimenti nelle economie post-crisi, dove nell’ottica delle liberalizzazioni servono capitali stranieri.

“Abbiamo tenuto a riaffermare questo attaccamento al libero mercato ma con il rispetto delle regole multilaterali”, ha smorzato Macron, in particolare la necessità di “un miglior inquadramento degli investimenti nei settori strategici e una maggiore reciprocità negli appalti pubblici”. Anche perché, ha ammonito il premier Paolo Gentiloni, “un libero commercio non può essere un commercio disarmato da parte nostra”.

(di Lucia Sali/ANSA)

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