La Corte Suprema Usa salva il bando di Trump sull’Islam

Pubblicato il 26 giugno 2017 da ansa

NEW YORK. – Alla fine Donald Trump può essere soddisfatto. Dopo i tanti schiaffi presi sul ‘muslim ban’ può finalmente cantare vittoria, grazie alla Corte Suprema che ha reintrodotto parzialmente il provvedimento. Questo in attesa di un esame più approfondito che inizierà ad ottobre, ma che alla fine potrebbe rivelarsi inutile vista la natura provvisoria del decreto. Il divieto di ingresso negli Usa da sei Paesi a maggioranza musulmana entrerà nuovamente in vigore questo giovedì (a 72 ore dall’opinione espressa dall’Alta Corte), anche se in una versione ridimensionata.

Non saranno soggetti al bando, infatti, tutti coloro che pur venendo da Libia, Iran, Somalia, Sudan, Siria e Yemen dimostreranno di avere un legame stabile negli Stati Uniti, di natura familiare o di lavoro. Vietato invece l’ingresso a coloro che fanno richiesta del visto per la prima volta o che in America non hanno né famiglia né rapporti professionali con imprese.

La decisione è stata presa all’unanimità dai nove ‘saggi’ della Corte Suprema. Anche se tre degli alti magistrati – tra cui Neil Gorsuch, nominato da Trump – avrebbero preferito un riconferma totale del provvedimento. Comunque sia la Casa Bianca segna finalmente un punto a suo favore su un tema così delicato, e il presidente non può che esultare: “E’ una chiara vittoria per la sicurezza nazionale”, afferma. “La mia prima responsabilità come Commander in chief – spiega – è quella di garantire la sicurezza degli americani, e la decisione di oggi mi fornisce uno strumento importante per farlo”.

Si chiude così – almeno per il momento – un lungo braccio di ferro iniziato pochi giorni dopo l’insediamento di Trump alla Casa Bianca. Dopo le promesse della campagna elettorale il neo presidente volle subito dare un segnale varando un primo divieto che fece infuriare la comunità musulmana e creò un’ondata di indignazione in America e in tutto il mondo. Negli aeroporti, inoltre, fu il caos totale, essendo il provvedimento entrato in vigore senza alcun preavviso.

Il bando fu poi bloccato dai magistrati federali che accolsero le accuse di discriminazione mosse da alcuni stati Usa, dalle associazioni per la difesa dei diritti civili e dalle associazioni islamiche. L’amministrazione Trump fu così costretta a varare un ‘bando-bis’ rivisto e corretto a marzo: l’Iraq fu tolto dalla lista dei Paesi coinvolti, furono dettagliati gli aspetti di sicurezza nazionale che motivavano il divieto, fu cancellata la sezione che favoriva gli immigrati di religione cristiana e fu rimossa anche la parte che prendeva in particolare di mira i rifugiati siriani. Ma ancora per alcune corti federali i cambiamenti non furono considerati sufficienti, e il decreto venne nuovamente bloccato, facendo letteralmente infuriare Trump, che decise il ricorso alla Corte Suprema.

A questo punto il futuro verdetto dei nove ‘saggi’, che cominceranno ad ascoltare le parti in ottobre, potrebbe essere ininfluente per il bando in sé. Si tratta infatti di un provvedimento provvisorio che prevede un divieto di 90 giorni sui passeggeri dai sei Paesi elencati e un divieto di 120 giorni per tutti i rifugiati. Questo in attesa che l’amministrazione riveda il sistema di controlli e le procedure sui visti, cosa che probabilmente avverrà entro la fine dell’estate.

La Corte sarà comunque chiamata a sancire un principio, per stabilire i limiti dei poteri del presidente in materia di immigrazione quando in ballo ci sono questioni che riguardano sia la sicurezza nazionale sia la discriminazione religiosa.

Nella loro ultima giornata di lavori prima della pausa estiva, i nove ‘saggi’ hanno anche preso due decisioni che rafforzano i diritti delle coppie gay regolarmente sposate. Con la prima hanno dato torto a un pasticciere del Colorado che si rifiuta di preparare torte per i festeggiamenti nuziali di coppie omosessuali. Con la seconda hanno stabilito che sul certificato di nascita dei figli delle coppie omosessuali sposate può essere indicato il nome di entrambi i genitori, anche di quello che non è il genitore biologico. In entrambi i casi Gorsuch ha votato contro.

(di Ugo Caltagirone/ANSA)

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