Corte dei Conti: allarme corruzione, effetti devastanti

Pubblicato il 27 giugno 2017 da ansa

ROMA. – Contro il dilagare della corruzione gli interventi in campo non bastano, soprattutto non funzionano, con effetti “devastanti” sull’economia. A lanciare l’allarme è la Corte dei Conti, che, pur dando un giudizio positivo su diversi aspetti di finanza pubblica, lamenta un ritmo di crescita “troppo modesto”, mentre dalla spending review non arrivano risultati di sostanza.

Uno scenario che non permette di mandare in pensione le politiche di “rigore”, ancora una “via obbligata” per l’Italia. E non solo perché ce lo dice l’Ue, piuttosto lo “impone” l’elevato livello di debito pubblico. Le criticità del sistema vanno ad alimentare la corruzione, un fenomeno la cui “diffusività”, a piovra, è probabilmente sottovalutata vista “l’insufficienza” delle misure adottate, sottolinea il procuratore generale, Claudio Galtieri, nella requisitoria di quest’anno sul rendiconto generale dello Stato.

Il pg punta il dito contro il ginepraio dei controlli “interni” ed “esterni”, “preventivi” e “successivi”. Un “non sistema”, dove dominano “complessità” e “incongruenze”. In un ambiente così le “zone grigie” proliferano. Frodi e ogni altro genere di raggiri si annidano poi proprio “nei settori in cui più alto è il livello di spesa”, dalla sanità alle infrastrutture pubbliche, con forti risvolti “distorsivi”.

Per combattere le irregolarità un cambio di strategia sembra indispensabile. Occorre “un approccio più sostanziale”, una strategia “sistematica” che non si fermi davanti a impostazioni dottrinarie, che seppure sono “fondate in astratto” risultano “inadeguate in concreto”.

Ma non basta: secondo la Corte c’è anche una questione etica da recuperare. Ma, avverte Galtieri, si tratta di uno sforzo che “non può essere lasciato alla conoscenza dei singoli”. La ricetta indicata dai magistrati contabili poggia su più leve e tra queste non manca il riconoscimento del merito. La logica che preferisce il livellamento alla differenziazione non paga anche sul fronte della spending. Infatti, per la Corte nessuna breccia si è aperta nel ‘muro’ della spesa pubblica.

“A consuntivo” le misure messe in atto “non hanno prodotto risultati di contenimento” a livello complessivo, sottolinea il presidente delle sanzioni riunite in sede di controllo della Corte dei Conti, Angelo Buscema, facendo notare “la centralità” della Consip nelle politiche di contenimento. “Anche se – puntualizza – è emersa nel corso degli anni l’esigenza di una verifica dei risultati più rispondenti a dati reali”. E poi, osserva, “l’acquisizione di beni e servizi risulta ancora in prevalenza effettuata con il ricorso alla procedure extra Consip”.

Il messaggio che più volte ritorna nel giudizio sul rendiconto 2016, ripreso anche dal presidente stesso, Arturo Martucci di Scarfizzi, sta nel non abbassare la guardia sul risanamento dei conti. “E’ essenziale che il nostro Paese mostri una ferma determinazione a perseguire una duratura riduzione del debito pubblico”, chiarisce Martucci. L’alternativa non c’é: “un rinvio del percorso di aggiustamento – avvisa – si rivelerebbe oneroso e permanente”.

D’altra parte, insistono i magistrati, “l’elemento di maggiore vulnerabilità dell’economia italiana” è proprio “l’elevato livello del debito pubblico”. Da qui “ben di più di quanto non derivi dai vincoli fissati con le regole europee” la necessità di ‘tirare la cinghia’. A proposito di debiti, i magistrati registrano ancora ritardi nei pagamenti alle imprese, nonché “il formarsi di significativi debiti fuori bilancio” (2 miliardi nei ministeri).

E anche stavolta fa capolino il richiamo alle “criticità” dovute “al mancato utilizzo delle risorse” derivanti dai fondi Ue “nei tempi previsti”. Il Paese deve recuperare e non solo in termini di Pil, per cui è ancora “in ritardo rispetto alla ripresa in atto negli altri principali” partner europei. “Nell’ambito della complessiva strategia di controllo fiscale è importante – rimarca la Corte – che si prosegua nell’attività di contrasto all’evasione, che vede ancora l’Italia collocata in una posizione non favorevole nel confronto internazionale.

(di Marianna Berti/ANSA)

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