Sfogo di D’Alema, silurato per imposizione politica

Massimo D'Alema, presidente della Foundation of European Progressive Studies
Massimo D’Alema, presidente della Foundation of European Progressive Studies

BRUXELLES,. – D’Alema non cita Renzi per nome ma il bersaglio del suo sfogo è chiaro. Il giorno dopo aver dovuto cedere in anticipo la presidenza della Feps, la fondazione che riunisce fondazioni e think tank socialisti europei, l’ex premier denuncia: “Il mio addio? Un’imposizione politica arrivata dall’esterno”. Negli ultimi sette anni D’Alema è stato alla guida della fondazione brussellese: “un record assoluto” puntualizza con orgoglio. Ruolo che avrebbe voluto mantenere almeno fino a ottobre. L’assemblea annuale della fondazione ha deciso altrimenti: via lui, è arrivata la vice-capogruppo socialista al Parlamento europeo, la portoghese Maria Joao Rodrigues.

“Avevo già annunciato che non mi sarei ricandidato – si sfoga D’Alema -. Il problema è il modo: c’è stata un’operazione imposta dal partito, dall’esterno, e questa è una pesante violazione dell’indipendenza della Feps”. Altri, vicini a D’Alema, puntano il dito in maniera più esplicita: “è stata compiaciuta la sete di rivalsa del Pd renziano dopo la sconfitta al referendum”, attacca il deputato di Articolo 1-Mdp Alfredo D’Attorre.

Brindano invece nella Fondazione Eyu, espressione del Pd a trazione renziana. Nell’ufficio di presidenza della Feps entra il presidente del consiglio direttivo Adrio De Carolis, fedelissimo del segretario dem. E’ stato solo l’epilogo di una faida sotterranea che ha visto riflettersi a Bruxelles le tensioni interne al Pd degli ultimi anni.

Nei mesi scorsi, a indebolire la posizione di D’Alema nei confronti del Pse, hanno pesato la sua battaglia per il no al referendum e la scissione dal Pd. Ma già due anni fa, a quanto apprende l’ANSA, alla vigilia del congresso del Pse a Budapest alcuni esponenti democratici si adoperarono per allontanare l’ex premier dalla guida della Feps.

In lizza per la presidenza del Partito socialista europeo c’erano il bulgaro Sergei Stanishev e lo spagnolo Enrique Baron Crespo. Il Pd appoggiò il primo e chiese a Crespo di ritirare la sua candidatura, offrendo come contropartita proprio l’incarico ricoperto da D’Alema. Crespo respinse l’offerta al mittente e tutto finì con un nulla di fatto.

(di Salvatore Lussu/ANSA)