L’economia riparte, ma gli italiani restano pessimisti

Italiani pessimisti
Un momento dell'apertura del supermercato Basko nel quartiere di Molassana. 14 giugno 2017 a Genova. ANSA/LUCA ZENNARO
Italiani pessimisti
Un momento dell’apertura del supermercato Basko nel quartiere di Molassana. 14 giugno 2017 a Genova. ANSA/LUCA ZENNARO

ROMA. – Le statistiche dicono che l’Italia si sta rimettendo in marcia. Ma per quanto il nostro Paese sia ufficialmente uscito dalla più grande crisi del Dopoguerra, e sebbene Bankitalia sottolinei il positivo impatto sull’economia del bonus 80 euro, gli italiani restano pessimisti e continuano a vedere un futuro precario per i prossimi 12 mesi.

E’ un clima di generale sfiducia quello che emerge dal rapporto Tecnè e Fondazione Di Vittorio della Cgil in cui si rileva che rispetto a un anno fa, il 32% degli intervistati giudica peggiorata la propria situazione economica, mentre il 24% si sente più vulnerabile e solo il 4% si sente più “sicuro”. Dati che sono il sintomo rivelatore di come si sia inceppato il meccanismo di correlazione tra lavoro e opportunità di ascesa sociale.

“L’ascensore sociale rispetto al periodo pre-crisi si è bloccato per il 55% delle persone” – si puntualizza nel rapporto – sale per un ristretto 7% che dichiara di aver migliorato la propria condizione ma scende per il 38% degli intervistati”. Il lavoro svolge ancora un “effetto positivo”, ma è “meno accentuato” rispetto al passato.

Se, infatti, fra i lavoratori dipendenti scende al 20% la quota di chi si ritiene con difficoltà economiche, sale al 58% la percentuale di coloro che dichiarano di sentirsi poco tranquilli, in equilibrio instabile. Un fenomeno che ha radici in una realtà dove “il lavoro si impoverisce e si precarizza”, e dove il senso di sfiducia aumenta con il “crescere delle diseguaglianze”.

E in questo scenario del mondo del lavoro, si inseriscono anche le forti criticità del sistema Italia a partire dalla stretta del credito che tiene in scacco le imprese: la Cgia denuncia un crollo dei prestiti per 62,4 miliardi di euro negli ultimi tre anni e ad eccezione del Molise, il calo ha interessato tutte le regioni e il Veneto più delle altre.

La crisi della Popolare di Vicenza, di Veneto Banca, del Monte dei Paschi e di alcune banche di Credito Cooperativo locali ha innescato una stretta sul credito senza precedenti: -10,7% contro una media nazionale del -6,8%. In termini assoluti, alle aziende venete sono stati “tagliati” 10,8 mld di prestiti (pari al 17,3% del dato nazionale): solo la Lombardia ha registrato una diminuzione in valore assoluto superiore (-15,9 mld di euro), anche se va ricordato che in quest’ultima realtà territoriale è ubicato un numero di imprese attive pari al doppio di quello presente in Veneto.

Allo stesso tempo, anche sul fronte del credito alle famiglie la situazione resta critica. Sono oltre 14.000 i nuclei famigliari che negli ultimi due anni hanno sospeso le rate su mutui e prestiti. Grazie alla nuova “moratoria” che vede coinvolte le banche – fa sapere l’Abi – 14.163 le famiglie hanno potuto bloccare per 12 mesi la quota capitale del proprio finanziamento tra marzo 2015 e maggio 2017 per un controvalore complessivo di 412 milioni di euro”.

A dare un aiuto alle famiglie anche il bonus da 80 euro che – calcola uno studio di Bankitalia – ha fatto aumentare la spesa mensile per alimentari e mezzi di trasporto “rispettivamente di circa 20 euro e 30 euro”, generando un “significativo impatto macroeconomico”.

(Di Laura Cafaro/ANSA)