Trump firma le sanzioni contro la Russia, ma è scontro con il Congresso

WASHINGTON. – Lo faccio “in nome dell’unità del Paese”. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump non manca di manifestare il suo disappunto per il testo uscito da un accordo bipartisan a Capitol Hill e approvato a vastissima maggioranza dal Congresso che dispone nuove sanzioni contro la Russia. Così nel firmare il provvedimento che giaceva da giorni sul suo tavolo si abbandona a commenti tanto poco ortodossi quanto chiari, descrivendo la misura come “significativamente imperfetta” a tratti perfino incostituzionale.

Ma soprattutto sferra un duro attacco al Congresso, accusandolo di inefficacia e rigira il coltello nella piaga quando ricorda che non è stato nemmeno in grado di approvare una legge sulla riforma della Sanità dopo averne parlato per sette anni. E’ l’inizio di una potenziale guerra tra i due estremi di Pennsylvania Avenue: la prima a rispondere a tono è la leader della minoranza democratica Nancy Pelosi, esortando la maggioranza repubblicana a non consentire che la Casa Bianca – e il presidente in particolare – si dimeni al punto di scrollasi di dosso la responsabilità di una risposta vigorosa a Mosca. Risposta che il Congresso ha voluto soprattutto come punizione per le presunte interferenze russe nelle elezioni americane.

Così il provvedimento toglie al presidente la capacità di un’azione diretta per sollevare le sanzioni e Trump reagisce, affermando che la misura – relativa anche ad Iran e Corea del Nord – pone un freno alla possibilità di negoziare a favore degli americani e concede quindi un vantaggio agli altri, alla concorrenza. Per il presidente ‘businessman’ è inconcepibile.

Il Congresso resta granitico sul suo testo, quello che comincia a scricchiolare e’ il rapporto con il presidente, mai stato idilliaco ma che adesso comincia a mostrare crepe a partire dal Senato, dove se non si può ancora parlare di ‘rivolta’ conclamata di sicuro ribolle di malcontento.

Le strigliate del presidente sulla revoca e sostituzione di Obamacare hanno lasciato il segno, e se simbolo dell’indipendenza dell’aula resta il ‘no’ del senatore John McCain risultato decisivo nella bocciatura della revoca di Obamacare, sono sempre di piu’ a ripetere “noi lavoriamo per il popolo americano, non per il presidente”, come sottolineato dal senatore Tim Scott del Sud Carolina.

In questi giorni poi si dibatte parecchio anche dello ‘strappo’ messo nero su bianco in un libro dal senatore conservatore Jeff Flake che esorta i compagni di partito al rifiuto del ‘trumpismo’. Però sull’immigrazione con alcuni si lavora ancora all’unisono, così il presidente è comparso alla Casa Bianca accanto ai senatori repubblicani Tom Cotton e David Perdue a sostegno della loro proposta per cambiare il sistema di immigrazione legale.

“La riforma più significativa in mezzo secolo”, ha detto Trump del provvedimento, che prevede nuovi limiti e nuovi criteri, favorendo chi parla la lingua inglese e ha mezzi di sostentamento. Un provvedimento che dovrà però passare il test del Congresso e l’iter si prospetta lungo e articolato.

Intanto le polemiche viaggiano su binari propri: rispetto all’ultima gaffe del presidente secondo cui, a quanto pare, la Casa Bianca “è una catapecchia”. Lo ha confessato ai membri del suo golf club di Bedminster – scrive ‘Golf Magazine’ – spiegando così il motivo per cui i fine settimana va via da Washington. Immediate le critiche, a partire da Chelsea Clinton che ha preso le difese di “uscieri, maggiordomi, giardinieri, idraulici, ingegneri della Casa Bianca”.

Emerge intanto un altro potenziale grattacapo, con il New York Times che, citando un documento interno alla Casa Bianca, segnala l’intenzione dell’amministrazione Trump di procedere per vie legali contro le politiche di ammissione ai college basate sulla ”azione positiva’, con le quali vengono discriminati gli studenti bianchi.

(di Anna Lisa Rapanà/ANSA)