Guerra del pesce, morti e feriti nel mare mammellone

Pescherecci di Marzara (archivio)
Pescherecci di Marzara (archivio)

PALERMO. – La guerra del pesce ha ormai quasi mezzo secolo. Anni in cui le marinerie siciliane, principalmente quella mazarese, e le autorità tunisine si sono contese il diritto di pesca in un tratto di mare dai bassi fondali, pescosissimo, noto, per la sua forma, come il “mammellone”. I pescherecci siciliani lo battono specialmente alla ricerca dell’oro rosso: il gambero che, non a caso, chiamano di Mazara. Sta a 300 euro al cartone (un cartone ne contiene circa 12 chili), si rivende anche a 700 euro.

L’area al centro della contesa comprende il mare a sud di Lampedusa e a Est delle coste tunisine e delle Isole Kerkennah. La Tunisia, nel 1951, con atto unilaterale, la dichiarò zona di pesca riservata e di ripopolamento ittico e la rese off-limits ai pescatori italiani, di fatto non riconoscendo il limite delle 12 miglia come limite delle acque territoriali.

Ma i pescatori mazaresi hanno continuato e continuano a pescare lungo il confine dell’area, che ricade in acque internazionali, e, spesso, sconfinano. L’espressione guerra del pesce non è enfatica. Perché quando ci si avvicina al mammellone non ci sono regole.

“Il bilancio della contesa – spiega Giovanni Tumbiolo, presidente del Distretto produttivo della Pesca di Mazara – a oggi conta 3 morti e 27 feriti colpiti dal fuoco di militari o miliziani di Paesi rivieraschi. Inoltre, sono stati oltre 300 i pescatori fatti prigionieri e detenuti negli anni nelle carceri dei Paesi nordafricani: Libia, Tunisia, Egitto e Algeria. Pesanti sono anche gli oneri pagati per il riscatto degli oltre 150 pescherecci sequestrati, dei quali 6 definitivamente confiscati”.

Le motovedette che salpano da Capo Bon sono in agguato. E inseguono quelli che considerano intrusi, li speronano, a volte sparano, come accaduto al peschereccio dell’Anna Madre e spesso trainano le imbarcazioni nel porto tunisino di Sfax. Per il rilascio agli armatori vengono chiesti soldi, una sorta di riscatto che arriva pure a 20mila euro, e l’abbandono del pescato.

I mazaresi però non mollano. Anche perché alla pesca devono tutto. Non sono più gli anni del boom, quando i motopesca piccoli o grandi diventarono una flotta di 450 imbarcazioni. Ma il mammellone continua a essere la fonte dell’oro rosso.