Ischia, monito per il futuro

Troppo spesso si assiste in Italia, come in altri paesi, pressoché impotenti, alle numerose perdite di vite umane, di patrimoni storici unici al mondo, di infrastrutture, di abitazioni, in conseguenza di eventi tellurici, tutto sommato di non elevatissima entità, come quelli ultimi registrati. E nonostante l’efficienza della macchina dei soccorsi che pur vede l’Italia ai primi posti nel mondo in termini di solidarietà, materiale e umana, quando avvengono detti accadimenti ci sono sempre molte cose che non vanno.
Il quadro di quanto avviene dopo un terremoto nel nostro paese è un copione scritto e riscritto (come del resto si tenta di fare anche questa volta) seguendo forme che se da un lato sembrano eclatanti, dall’altro paiono inutili, perché è chiaro che in simili frangenti occorre concretezza e non annunci. Si parte con l’iniziale macchina dei soccorsi, la successiva predisposizione di tende per il ricovero urgente delle popolazioni colpite, il successivo passaggio in strutture ricettive o alberghiere, la consegna di moduli prefabbricati in lamierino coibentato o in legno, lunghi anni di permanenza in condizioni di precarietà, ricostruzione e adeguamento dei fabbricati esistenti danneggiati dal terremoto con una certa partecipazione alle spese da parte dello Stato.
In alcune zone del territorio nazionale simili condizioni di precarietà durano da decenni, mentre in altre, come in Emilia Romagna, colpita da eventi simici alcuni anni fa, le cose stanno andando meglio. Ciò nonostante la scarsità dei fondi per la ricostruzione, che si ripresenterà anche in queste occasioni, e l’eccezionale mole di italica burocrazia statale e regionale, segnano ulteriormente le popolazioni colpite. Vediamo perché, nonostante dal 1983 sono state emanate norme (più o meno) antisismiche per i fabbricati esistenti e di nuova costruzione, gli edifici, le infrastrutture e i luoghi storici crollano pesantemente in presenza di sismi, tutto sommato, non eccessivi e sicuramente non distruttivi.

Immagine aerea di Ischia dopo il terremoto.. ANSA/ ITALIAN POLICE PRESS OFFICE

Le devastazioni dovute a sismi che sino alla fine degli anni ’70 hanno interessato varie zone del territorio nazionale (Sicilia, Belice, Friuli, etc.), spinsero il Legislatore e gli Enti normatori a dotare il nostro paese di organiche normative sismiche. Ciò avvenne a partire dal 1983 con il primo decreto ministeriale che prevedeva, tra l’altro molte cose di buon senso ingegneristico (eliminazione di masse non strutturali come i carichi permanenti sulle costruzioni, creazioni di giunti strutturali fra edifici contigui, adozione di catene e di tiranti nelle costruzioni esistenti in muratura, promozione della teoria dei pilastri forti e delle travi deboli nelle strutture in cemento armato, etc.). Naturalmente il corpo normativo conteneva anche l’indicazione per i primi algoritmi di calcolo delle sollecitazioni da prevedere nelle membrature portanti degli edifici, dei ponti, etc.. Da allora si sono susseguiti diversi testi normativi per gli edifici in zona sismica, gli ultimi dei quali risalgono a data antecedente il 2008, che contenevano elementi non cogenti di norme europee, prime fra tutte gli euro- codici. Solo nel 2008, con le “Norme tecniche per le costruzioni”, si giunge al primo testo normativo dotato di una certa scientificità ed efficacia, che indicano il modo di svolgere i calcoli strutturali inerenti le costruzioni anche in zona sismica.
Con un pensiero preoccupato a molto di ciò che è stato realizzato prima del 2008, gli ingegneri strutturisti dispongono di codici di calcolo e algoritmi che riprendono le normative europee da anni in uso, in altri paesi. Da quanto sopra e da quanto è conseguito agli eventi sismici avvenuti anche di recente in Italia, appare evidente che il patrimonio edilizio costruito quasi a tutt’oggi, può manifestarsi vulnerabile in caso di eventi sismici severi, anche non distruttivi (a Ischia sembra addirittura di magnitudo, tutto sommato, non eccessive). In modo particolare per quanto riguarda le costruzioni esistenti ante 1983 e post 1983 fino almeno al 2008, i loro problemi di resistenza delle strutture si sono registrati con gli ultimi terremoti in maniera molto sensibile specie nei casi in cui si era operato negli edifici esistenti con il miglioramento strutturale.
Come sanno gli addetti ai lavori, l’intervento di miglioramento strutturale, essendo per sua natura localizzato ad una parte molto piccola rispetto all’intera struttura di un edificio, non garantisce in nessun modo che il fabbricato non crolli sotto eventi sismici severi. Questa legge vale ancora oggi e la scelta del tipo di intervento (miglioramento o adeguamento strutturale), non è di competenza dello strutturista ma della committenza. Restando in tema di interventi su edifici esistenti, si deve constatare che anche molti degli interventi di adeguamento realizzati secondo le normative antisismiche, non hanno scongiurato seri problemi e crolli strutturali in occasione di eventi sismici.

Per questi motivi si rende forse necessario ritornare all’originale buon senso ingegneristico derivabile dall’esperienza dei migliori ingegneri strutturisti che operano sul campo, supportati da efficaci algoritmi di calcolo scientificamente suggellati dai migliori ingegneri e docenti universitari. Un’altra cosa da chiarire dovrebbe essere la seguente: per dare l’esempio le pubbliche amministrazioni, quando intervengono sul loro patrimonio edilizio esistente (scuole, asili, palestre, edifici strategici, etc.), devono obbligatoriamente adeguarli simicamente, bandendo espressamente il miglioramento strutturale, che, per sua natura, non è affidabile assolutamente. Si potrebbe partire dal pubblico per poi giungere agli interventi dei privati per i quali lo stato incentiva, in maniera concreta e senza burocrazia, gli interventi di adeguamento strutturale. Deve essere chiaro ai cittadini che sono proprietari, che le strutture della loro casa hanno una certa affidabilità antisimica, e che, se quest’ultima è di infimo livello, il pericolo di crollo in caso di eventi sismici è più o meno reale. Questa consapevolezza dovrebbe fare nascere una sensibilità sismica del proprio bene che dovrebbe essere tenuta in conto ogni qualvolta si investe anche un solo euro in quella casa, magari per aggiornare un bagno piuttosto che fare costosi abbellimenti.
Così i cittadini sarebbero seriemente motivati ad adeguare, in quanto informati e consapevoli della vulnerabilità della loro casa, indirizzando i fondi a disposizione per i più necessari rinforzi. Ancora occorre promuovere il buon senso ingegneristico e gli interventi strutturali leggeri e non invasivi in termini di aumento di peso senza perdita di resistenza delle strutture, mediante l’uso di acciaio, legno e materiali compositi frp (fibre di carbonio), etc.,conformemente a quanto avviene nei paesi dove la sensibilità strutturale antisismica consente ai fabbricati di resistere, senza crolli, a terremoti molto severi o disastrosi. In Italia, come in tanti paesi del mondo, c’è ancora molto da fare sul fronte della sicurezza sismica e della sburocratizzazione delle fasi di ricostruzione.

Marco Guiduzzi

Ingegnerestrutturista 

DottorediRicercainIngegneriaCivile,ambientaleedei materiali presso l’Università di Bologna 

Presidente dell’Ordine degli Ingegneri della provincia di Forlì-Cesena dal 2000 al 2005