I piani Usa per fermare Kim, ma la Casa Bianca è divisa

Carri armati sud coreani in una strada di Paju nella Corea del Sud. (ANSA/AP Photo/Lee Jin-man)
Carri armati sud coreani in una strada di Paju nella Corea del Sud. (ANSA/AP Photo/Lee Jin-man)

NEW YORK. – Di fronte all’ennesima provocazione di Pyongyang Donald Trump prova ancora una volta a mostrare i muscoli ed evoca un possibile intervento militare. Ma i toni sono ben lontani dalla minaccia di ‘fuoco e fiamme’ lanciata solo due settimane fa. Perché al di là della retorica, la realtà – secondo la gran parte dei commentatori americani – è un’altra: la Casa Bianca è divisa e non ha ancora una risposta su come affrontare la crisi nordcoreana.

Il quadro è così complesso che il tycoon fatica a trovare la strada giusta da seguire per porre fine a una minaccia che oramai spaventa l’America più di ogni altra cosa. E anche la prova di forza evocata a più riprese rischia in concreto di diventare un’ipotesi sempre più impraticabile perché troppo pericolosa. Proprio come suggerito da Steve Bannon prima che il controverso capo stratega venisse licenziato.

La rappresaglia di Pyongyang contro la Corea del Sud e il Giappone viene infatti data per scontata dagli esperti in caso di ‘attacco preventivo’ degli Usa. Una rappresaglia che, senza ricorrere all’arsenale nucleare di Kim, potrebbe essere facilmente realizzata con armamenti convenzionali ma anche con armi chimiche e biologiche. E ad essere maggiormente nel mirino è l’area di Seul, dove vivono circa 25 milioni di persone. Sarebbe una catastrofe più che annunciata.

Eppure il piano del Pentagono per una tempesta di fuoco sulla Corea del Nord è pronto da tempo ed è sulla scrivania dello Studio Ovale. Prevede di andare ben oltre l’eventualità di raid limitati. Raid seguiti da una chiara minaccia a Kim: ‘il prossimo obiettivo sei tu’. E’ nota, del resto, la fobia del dittatore di finire come Saddam Hussein o Muammar Gheddafi.

I generali americani pensano piuttosto a un attacco molto più massiccio e a sorpresa per colpire molte delle guarnigioni militari di Kim, ma soprattutto i depositi di armi e i siti dove si trovano le testate. Questo usando sia i caccia stazionati a Guam, in Giappone e sulle portaerei Usa nel Pacifico, sia i bombardieri che possono essere riforniti in volo. E se Pyongyang dovesse riuscire a lanciare qualche missile balistico superstite contro l’America o i suoi alleati sarà compito del sistema antimissilistico Usa intercettarlo ed abbatterlo.

Le principali difficoltà di questo scenario sono legate soprattutto alla mancanza di informazioni di intelligence sufficienti su dove il regime nasconda tutto il suo arsenale. Inoltre, visto l’elevatissimo rischio di un attacco alla Corea del Sud, il Pentagono è alle prese con la messa a punto di un eventuale e quanto mai complicato piano di evacuazione dei circa 250 mila americani presenti nell’area.

Resta dunque la via diplomatica quella più plausibile. L’obiettivo a cui lavora giorno e notte il segretario di Stato Rex Tillerson è quello di aumentare la pressione su Pyongyang, ma anche sul suo principale alleato, la Cina. Questo per arrivare a sanzioni economiche ancor più severe che isolino ancor di più il regime di Kim, costringendolo ad aprire un serio negoziato sulla denuclearizzazione della penisola coreana.

(di Ugo Caltagirone/ANSA)