Il dramma finale della vita di Vincent Van Gogh

La mattina del 30 dicembre 1888 il giornale di Arles, Le Forum Républicain, pubblicava nella cronaca locale la seguente notizia: «Domenica scorsa, alle 11 e mezzo della sera, il nominato Vincent Van Gogh,

pittore, originario dall’Olanda, si è presentato alla casa di tolleranza n. 1, ha domandato di certa Rachele e le ha consegnato… il suo orecchio dicendole: “Conservatelo preziosamente.” Poi è sparito. Informata di questo fatto che non poteva essere che di un povero alienato, la polizia si è recata l’indomani mattina a casa di questo individuo, che è stato trovato nel suo- letto, quasi privo di vita. L’infelice è stato accolto d’urgenza all’ospedale. ›>

In questa ‘prosa anonima è l’inizio del dramma finale di Vincent Van Gogh. L’origine di quel gesto di automutilazione sta nel litigio scoppiato tra Van Gogh e Gauguin, i quali abitavano nella stessa casa appositamente allestita da Vincent. Sognava di costituire nel sud un atélier comune di artisti, fuori del clima rovente e mondano allo stesso tempo di Parigi. Aveva persino immaginato un fregio decorativo di dodici tele con i girasoli che dovevano ornare Patélíer, ed alcune di esse erano anzi già pronte.

Gauguin, che viveva in strettezze a Pont-Aven, aveva accolto 1’invito di Vincent e a metà ottobre era giunto ad Arles col viaggio pagato dal fratello di Vincent, Théo. Ma i rapporti tra i due divennero subito tesi. Van Gogh subiva il prestigio di Gauguin, non esitava a chiamarlo maestro nelle lettere che scriveva a Théo; ma Paul non si trovava a suo agio, non era un carattere agevole, e per di più Vincent aveva già raggiunto da solo, nei pochi mesi che era vissuto in Provenza lavorando forsennatamente, risultati notevoli proprio sulla linea poetica di un simbolismo cromatico che da almeno due anni Gauguin inseguiva.

Le discussioni artistiche divennero presto litigi e più di una volta Gauguin aveva scoperto Van Gogh in posizione minacciosa, persino nel cuore della notte, presso il suo letto. Proprio quella domenica sera, in una osteria, Van Gogh gli aveva lanciato contro un bicchiere, che fece appena in tempo a schivare; e dopo qualche minuto, uscito a passeggiare nei giardini, Van Gogh lo aveva inseguito con un rasoio in pugno. Gauguin lo fissò fermo negli occhi, finché Vincent si volse e si allontanò. Quel che successe non è stato difficile ricostruire: Van Gogh rientrò in casa eccitato, udiva voci gridare la sua esasperazione e a quelle voci immaginarie aggiungeva le sue parole deliranti. Per non udirle più, si inferse un colpo di rasoio all’orecchio. Il seguito è stato succintamente detto dalla prosa del cronista arlesiano.

Eppure quel viaggio verso il sud di Van Gogh era cominciato nel segno dell’entusiasmo. Aveva lasciato Parigi a metà febbraio, quando ancora le nebbie fiatavano di sotto i ponti della Senna e il cielo stringeva opaco i tetti di Montmartre; e aveva visto dal treno spalancarsi il paesaggio del sud, chiaro e mite, con colori d’oriente e persino qualche pesco fiorito dentro le tenere valli e lungo i corsi d’acqua. Le lettere al fratello traboccano di meraviglia, per la prima volta Van Gogh riusciva a placare la sua tristezza e la sua inclinazione drammatica e ora finalmente il mondo gli appariva sereno, gli uomini felici.

Sui disegni di Hokusai, a Parigi, aveva sognato il Giappone, l’Oriente; ed ora scopriva i colori, la luce, le forti ombre e i barbagli del sud. “Prima di arrivare a Tarascon”, aveva scritto a Théo, “ho visto un magnifico paesaggio di immense rocce gialle, stranamente serrate in forme imponenti. Nelle piccole valli in mezzo a queste rocce erano allineati piccoli alberi dal fogliame verde oliva ‘o verde grigio, che potevano essere dei limoni… ”  E dinanzi a questo paesaggio nuovo e scintillante erano nate fantasie e progetti di lavoro.

” Restare qui nel meridione costa, ma anche se è più caro, vediamo di starci: si ama la pittura giapponese, se ne è subita l’influenza, tutti gli impressionisti hanno questo in comune, e non si potrebbe mai andare al Giappone; e forse che l’equivalente del Giappone sia il Mezzogiorno? Credo dunque, malgrado tutto, che l’avvenire dell’arte nuova è qui nel sud. ›”

Quale pace si sia aperta nel suo spirito lo dice infatti quest’altra lettera: “Ti scrivo dalle Saintes-Maries, in riva al Mediterraneo alfine… Ho passeggiato una notte in riva al mare, sulla spiaggia deserta. Non era allegro, ma nemmeno triste, era bello. Il cielo di un blu profondo era picchiettato di nubi di un blu più profondo che il blu fondamentale di un cobalto intenso, e altre nubi erano di un blu più chiaro, come il biancore azzurro della via Lattea. Nel fondo blu le stelle scintillavano chiare, verdi, gialle, bianche, rosa, più chiare, diamantine come le pietre preziose da noi o a Parigi, è dunque il caso di dire: opali, smeraldi, lapislazzuli, rubini, zaffiri. Il mare mi è sembrato di un oltremare profondo e la spiaggia di un tono violaceo e rosso pallido, con dei cespugli sulla duna, alta cinque metri la duna, con dei cespugli color blu di Prussia… ”

Vincent Willem van Gogh

Dieci mesi dopo, lo scontro e il colpo di rasoio. Il medico che l’ebbe in cura, il dottor Rey, lo dimette dopo tre giorni e Van Gogh non esita a girare per Arles col volto fasciato; si fa anche il ritratto con le bende bianche e la pipa in bocca. Di tanto in tanto lo riafferra lo sconforto, Gauguin è scappato via, il maestrale scuote gli alberi e spazza i giardini, la solitudine lo morde con malinconia. Inoltre gli arlesiani non amano la sua presenza, temono le sue furie, e hanno fatto petizioni per il suo allontanamento.

Infine Van Gogh accetta il consiglio del fratello e del dott. Rey ed entra nel1’ospizio di Saint-Rémy, poco distante- da Arles. “Provvisoriamente desidero restare internato, tanto per la mia tranquillità che per quella degli altri. Ciò che mi consola un po’ è che comincio a considerare la pazzia una malattia come un’altra e accetto la cosa come tale, come durante le crisi in cui le cose che immaginavo mi sembravano la realtà…”

A Saint-Rémy, che non era così confortevole come 1″ospedale di Arles, rimarrà dal maggio 1889 al 17 maggio 1890. Aveva potuto lavorare, aveva persino ripreso a dipingere i girasoli, i fiori color del sole. Di giorno in giorno Théo riceveva lettere in cui Vincent parlava dei suoi dipinti che man mano eseguiva.

“Ho in corso due paesaggi visti verso le colline; uno è la campagna che intravedo dalla finestra della mia camera. In primo piano c’è un campo di grano sconvolto e piegato da un temporale. Un muro di cinta, e al di là una vegeta zione grigia di qualche olivo, delle capanne e le colline. Infine, sull’alto della tela, una grande nube bianca e grigia che nuota nell’azzurro. E’ un paesaggio di una semplicità estrema, anche di colorazione…”. Nascono infatti in questo periodo i famosi Cipressi, i Campi di grano fulminati dal sole, i contorti Oliveti, cioè alcuni tra i capolavori della pittura dell’Ottocento.

Quando verrà dimesso da Saint-Rémy raggiunge Parigi. Ma il rumore e la folla della città lo spaventano; inoltre Théo s’è sposato, ha avuto un bambino e la casa è piccola. Soprattutto Vincent sente di essere un intruso, e parte per Auvers-sur-Oise, dove c’è un dottor Gachet amico di artisti, che è disposto a curarlo.

Arriva a Auvers di giugno. Rinasce la speranza e ancora nelle lettere si parla di quadri dipinti o da dipingere, come al tempo in cui scriveva di lavorare come un forsennato: “Ho un furore sordo di lavoro come mai; e questo aiuterà a guarirmi.” Scrive il 17 giugno di voler dipingere “una casa bianca nella vegetazione, con una stella nel cielo notturno e una luce arancione alla finestra; la vegetazione sarà nera con unanota rossa cupa”. Scrive anche a Gauguin, col quale ha fatto pace, pur non avendolo più rivisto; dipinge ancora i vasti campi di grano, ora ingialliti e sonori di spighe mature. Ma nel cielo volteggiano neri uccelli, stormi di corvi come un presagio funesto.

La mattina del 7 agosto 1890 il giornale locale, L”Echo Pontoisien, porta una notizia da Auvers-sur-Oise: “Domenica 27 luglio, un tale di nome Van Gogh, di 37 anni, olandese, pittore, di passaggio a Auvers, si è sparato un colpo di revolver nei campi e, non essendo che ferito, è rientrato nella sua stanza dove è morto due giorni dopo”.

Com’era cominciato, il dramma finiva con una scarna e anonima notizia di cronaca. In una tasca era stato trovata un’ultima lettera per Théo: “Ebbene, quanto al mio lavoro, ci rischio la vita e la ragione vi si è consumata mezza – e che vuoi tu?” Sei mesi dopo, anche Théo muore. Nessuno a Parigi aveva fino ad allora voluto comperare un solo quadro dei molti che Vincent aveva dipinto. Théo ora riposa a Auvers, nel piccolo cimitero, accanto a Vincent, vicino al muro al di là del quale si vedono i campi di grano ondeggiare fino al limite delle colline sotto il cielo azzurro e le nubi bianche.

Francesco Santoro

francescosantoro@aol.com