Trump cancella Obama sul clima: “La guerra al carbone è finita”

Pubblicato il 09 ottobre 2017 da ansa

“La guerra al carbone è finita”.

 

 

WASHINGTON. – “La guerra al carbone è finita”. E’ il capo dell’agenzia federale Usa dell’ambiente (Epa), Scott Pruitt, ad annunciare così la prossima mossa dell’amministrazione Trump volta a scardinare un altro tassello dell’eredità di Barack Obama, rovesciando le politiche messe in campo dall’ex presidente sul fronte della lotta ai cambiamenti climatici. Pruitt ha reso noto che tutto è pronto per revocare il ‘Clean Power Plan’, il programma che taglia le emissioni degli impianti a carbone.

Si tratta del resto di una delle promesse elettorali di Donald Trump, parte del suo dichiarato impegno a ‘soccorrere’ l’economia del carbone in America, i minatori, le miniere. E Pruitt è stato scelto alla guida dell’Epa anche per questo – nonostante le polemiche che ne hanno accompagnato la nomina – dato il suo scetticismo per quella ‘scienza’ sul clima che, secondo i critici, è allarmista e pone limiti superflui.

L’amministrazione Trump continua così a lavorare sulle direttrici tracciate dal tycoon nella sua inarrestabile cavalcata verso la Casa Bianca. E allora torna a concentrarsi anche sull’immigrazione, dettando le condizioni per aprire il dialogo con i democratici per un eventuale accordo sui cosiddetti Dreamer.

Fa la lista dei punti chiave e di fatto ribadisce così la stretta promessa sull’immigrazione: dal muro al confine con il Messico, alla regolamentazione del flusso di arrivi legali rivedendo alcuni punti del sistema di rilascio della ‘carta verde’, fino ad eliminare quegli ‘strappi’ al confine che consentono l’ingresso di minori in fuga da caos e violenza di paesi dell’America Centrale.

Lista pronta per il Congresso, ma che mette i democratici in difficoltà: non fanno breccia gli argomenti proposti dal presidente, uno ad uno si imbattono nel muro democratico e rischiano – almeno per il momento – di far slittare quell’intesa cui lo stesso Trump sembrava puntare quando ha revocato il programma voluto da Barack Obama per consentire a immigrati giunti illegalmente negli Usa da minori di restare nel Paese.

Il presidente ha infatti rimesso il tema nelle mani del Congresso, con il quale però i rapporti non sono al momento dei migliori, reduci dal fallimento dell’Obamacare che il presidente ufficialmente attribuisce alla rigidità dei democratici ma che non ha perdonato ai repubblicani.

E le tensioni fra la Casa Bianca e Capitol Hill non accennano a distendersi dopo l’ultimo scontro violento che vede protagonisti Donald Trump e il senatore repubblicano del Tennessee Bob Corker, presidente della commissione Esteri al Senato, che nei giorni scorsi ha annunciato l’intenzione di non ricandidarsi nel 2018.

Non ha quindi niente da perdere Corker ‘politicamente’, ma per Trump il suo voto al Senato potrebbe ancora essere utile – per l’iter della riforma fiscale per esempio – visto che il Grand Old Party può contare su una maggioranza di soltanto 52 senatori su 100. Eppure Trump sferra l’attacco – pare in risposta di alcune posizioni critiche espresse da Corker – e via Twitter si scaglia contro il senatore affermando che non si ricandida perché non ha ottenuto il sostegno del presidente. E poi gli attribuisce responsabilità per l’accordo con l’Iran sul Nucleare.

Corker smentisce attraverso il suo chief of staff, ma poi va oltre e, parlando con il New York Times esprime i suoi timori per l’avventatezza di Trump presidente: tratta il suo incarico come se fosse ”un reality show”, con minacce avventate verso altri paesi che potrebbero mettere gli Usa ”sulla strada verso la terza guerra mondiale”, dice il senatore repubblicano.

(di Anna Lisa Rapanà/ANSA)

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