Draghi non molla, pazienza e occhi sul dollaro

Il vicepresidente della BCE, Vitor Constancio, e Mario Draghi (Foto: GETTY)

ROMA. – Le prossime mosse della banca centrale europea sono tutt’altro che scontate, e se i ‘falchi’ che volevano una sterzata già a gennaio sono rimasti delusi, potrebbero esserlo anche al consiglio direttivo della Bce dell’8 marzo. Mario Draghi, il presidente della Bce, non depone affatto gli strumenti non convenzionali della politica monetaria dei tassi negativi e degli acquisti di bond che viaggiano oltre i 2.400 miliardi di euro.

Ridotti a 30 miliardi al mese, gli acquisti del quantitative easing da lui lanciato nel 2015 dovrebbero scadere a settembre. Ma sul dopo c’è un grande punto interrogativo. Se Germania, Olanda e altri premono per chiudere il rubinetto, Draghi oggi ha dato un bel colpo di freno, invitando ancora una volta a “pazienza e persistenza nella politica monetaria”.

Nonostante il “forte slancio” della ripresa, ai massimi di un decennio, l’inflazione è ferma all’1,3%, ben al di sotto del quasi 2% obiettivo della Bce. “L’inflazione deve ancora mostrare segnali più convincenti”. I giochi, per la Bce, restano dunque aperti, e semplicemente “una possibile estensione del quantitative easing non è stata discussa dal consiglio direttivo”.

Draghi arriva con oltre un’ora di ritardo all’audizione fissata per le 15: colpa dei disagi per neve in Italia. “Non è un paese abituato alla neve, di conseguenza i nostri voli sono stati ritardati”, spiega il presidente della Commissione Affari economici dell’Europarlamento Roberto Gualtieri.

La prudenza del presidente della Bce tiene conto di vari fattori d’incertezza, fra i quali, da gennaio, rientrano anche le scelte dell’amministrazione Trump. Il segretario del Tesoro Usa, a Davos, aveva fatto volare le quotazioni dell’euro dicendosi a favore di un dollaro debole e facendo parlare di un ritorno di fiamma della ‘guerra delle valute’, la corsa alle svalutazioni competitive messa al bando dal G20 pre-Trump.

Draghi ribatte con diplomazia che “Non c’è alcuna guerra delle valute di cui si possa parlare”. Ma spiega anche che “la recente volatilità nei mercati finanziari, specie nel tasso di cambio, merita particolare attenzione per le possibili implicazione sulle prospettive di medio termine di stabilità dei prezzi”.

Un euro forte potrebbe indebolire l’inflazione ‘importata’, vanificando tre anni di sforzi della Bce tramite il quantitative easing. Ad affiancare Draghi nel resto del suo mandato che dura fino alla fine del 2019, sostituendo il vicepresidente della Bce Vitor Constancio che a giugno deve lasciare, sarà con ogni probabilità il ministro dell’Economia spagnolo Luis De Guindos, che parla agli europarlamentari subito dopo Draghi.

Una linea di piena convergenza con la Bce, quella del responsabile dell’Economia a Madrid. Attento a difendere le scelte della Spagna nell’uscire dalla sua dura crisi a causa di un deficit corrente di oltre il 10% del Pil, causato da scarsa competitività e da una bolla creditizia-immobiliare costata moltissimo.

E attento, De Guindos, a non mostrarsi né troppo ‘colomba’ né troppo ‘falco’ in vista del voto che ci sarà sulla sua nomina. “Ora i fondamentali dell’economia europea sono migliori di quella americana, e immagino che nel tempo, gradualmente, la politica monetaria della Bce convergerà verso quello che abbiamo visto ora sul versante della Fed”.

(di Domenico Conti/ANSA)