Dall’asse del male di Bush agli insulti di Trump

Kim ed i suoi generali.

WASHINGTON. – E’ la storia di un lungo braccio di ferro quello fra gli Stati Uniti e la Corea del Nord, davanti al quale si presenta adesso la prospettiva di una distensione con il sì di Donald Trump ad uno storico incontro con il leader nordcoreano Kim Jong-un.

Una schiarita improvvisa che arriva dopo un’escalation delle tensioni durata mesi, fra test missilistici, sanzioni e retorica incendiaria, con lo scontro a distanza fra il presidente Usa e Kim punteggiato spesso e volentieri dagli insulti: da “Rocket Man in missione suicida” a “vecchio rimbambito”, da “canaglia” e “bandito”, fino a “pazzo a cui non interessa affamare o uccidere il suo popolo”.

La Corea del Nord è stata una grana per diverse amministrazioni americane, per molti presidenti di fatto la ‘frontiera’ invalicabile su uno scacchiere diplomatico pur mutevole.

Negli anni ’90 l’amministrazione Clinton tentò un accordo, l’Agreed Framework, per fermare quella che all’epoca era la prima escalation nucleare del Paese: Pyongyang si impegnò a congelare il proprio programma di armamento atomico in cambio della costruzione, con fondi internazionali, di due reattori ad acqua leggera e di una fornitura di 500 mila tonnellate annue di petrolio. L’accordo resse per un po’, salvo poi incrinarsi definitivamente nei primi anni 2000.

Alla Casa Bianca arrivò George W. Bush, che espresse dapprima scetticismo sul rispetto dell’intesa da parte di Pyongyang, assumendo via via una linea più dura, fino all’interruzione dell’accordo stesso mentre la Corea del Nord cacciava gli ispettori dell’Aiea. Fu durante il suo discorso sullo Stato dell’Unione nel gennaio 2002 che Gorge W. Bush introdusse l’espressione “Asse del male”, con riferimento anche alla Corea del Nord oltre che all’Iran e all’Iraq di Saddam Hussein.

Nel gennaio 2003 Pyongyang annunciò il ritiro dal Trattato di non proliferazione nucleare, facendo impennare la tensione. La diplomazia si mise al lavoro su più fronti per anni, fino al 2006, l’anno del primo, sconvolgente test nucleare nordcoreano. In risposta, l’Onu decise di imporre sanzioni economiche e commerciali.

Ma il test fu ripetuto anche nel 2009, quando alla guida degli Stati Uniti c’era già Barack Obama, che aveva esordito offrendo ai “leader del globo che vogliono seminare conflitto” di “tendere la nostra mano, se siete disposti a schiudere il vostro pugno”. Obama scelse la pazienza e l’attesa, cercando di lavorare sulla Cina.

Ma l’accordo del 2012 che prevedeva aiuti alla Corea del Nord in cambio della sospensione delle attività nucleari collassò dopo solo un mese. Donald Trump ha promesso da subito di “fare meglio”, a più riprese ha attribuito la colpa per la situazione attuale alle passate amministrazioni e ha garantito di voler arrivare dove altri non sono riusciti: se riuscirà davvero a incontrare Kim entro maggio e a trovare un’intesa duratura, potrà dire di aver mantenuto la promessa.

(di Anna Lisa Rapanà/ANSA)