Londra schiera i militari nell’indagine sulla spia russa

180 Royal Marines a Salisbury, anche esperti di guerra chimica

LONDRA. – Capire dove e come, per poter poi risalire a chi: ammesso di riuscirci mai. Si allargano, ma in direzioni sempre più specifiche, le indagini sui colpevoli della tentata uccisione dell’ex spia russa Serghei Skripal, avvelenato domenica con un agente nervino a Salisbury, in Inghilterra, assieme alla figlia Yulia e a un poliziotto britannico intervenuto per soccorrerli, il detective Nick Bailey.

Mentre di rinforzo arrivano nella cittadina del Whiltshire, in due scaglioni, pure 180 militari: Royal Marines chiamati ad aiutare la polizia nei presidi di sicurezza ed esperti di guerra chimica incaricati di raccogliere, analizzare e rendere inoffensivo ogni oggetto contaminato nell’attacco.

Le aree off limits soggette a verifica si moltiplicano. Oltre alla zona commerciale in cui gli Skripal si sono sentititi male all’uscita da un ristorante, per poi crollare su una panchina attualmente isolata in una sorta di tenda stagna gialla, gli investigatori hanno preso possesso della casa dell’ex colonnello dell’intelligence militare di Mosca (Gru), violando la quiete di una tranquilla zona residenziale.

La sensazione è che si stia ancora cercando di capire dove sia avvenuto il contatto con la sostanza-killer – identificata due giorni come una tossina assai rara – e attraverso quali forme. Mentre il raggio d’azione – forse per qualche sospetto concreto, forse solo a scanso di equivoci – si estende pure alle circostanze della morte della moglie di Skripal (nel 2012) e di suo figlio Aleksandr, le cui tombe sono state cordonate per qualche ora poco prima che in città piombasse in visita d’ispezione la ministra dell’Interno, Amber Rudd: decisa a seguire in prima persona, per conto del governo, gli sviluppi di un’indagine potenzialmente esplosiva sul versante diplomatico.

Rudd asi è ben guardata dal tracciare scenari o dal divulgare dettagli. Ha ribadito soltanto l’impegno a far luce in fretta e senza risparmio di mezzi su “un crimine oltraggioso”, confermando quindi che le condizioni delle tre vittime si sono stabilizzate, ma che è presto per tirare un qualunque sospiro di sollievo.

Serghei e Yulia Skripal restano infatti in “condizioni critiche” in terapia intensiva, mentre il detective Bailey, appena un po’ meno grave, è cosciente, ma non fuori pericolo. Fra le piste investigative, i media avanzano da parte loro il sospetto che l’ex spia vendutasi ai servizi britannici negli anni ’90 possa aver “violato i patti” che nel 2010 gli avevano garantito la grazia in patria, collaborando “da freelance” con agenzie private di ex 007 britannici.

Anche se la Orbis, fondata dal veterano dell’MI6 Christopher Steele e già coinvolta nella raccolta d’un torbido dossier anti-Trump commissionato da avversari politici negli Usa, nega qualsiasi contatto. Mentre Valeri Morozov, un esule russo rispettato a Londra, si dice convinto alla Bbc che Vladimir Putin non solo non sia in alcun modo il mandante di un’ipotetica vendetta contro il marginale Skripal, ma possa essere semmai a sua volta vittima di ambienti (russi) interessati a metterlo in difficoltà prima delle elezioni, esacerbando ancor di più i rapporti con l’occidente.

Da Mosca il ministro degli Esteri Serghei Lavrov fa intanto sentire la sua voce, offrendo “collaborazione” alle autorità di Londra, ma dicendo basta alle accuse senza prove, liquidando come “propaganda isterica” la girandola dei sospetti e negando paragoni col precedente di Aleksandr Litvinenko.

Paragoni ripresi peraltro, seppure a titolo negativo, da un tweet dell’ambasciata russa secondo cui le indagini sul caso Skripal rischiano proprio di seguire “lo stesso copione del caso Litvinenko: informazioni classificate, nessun accesso ai fascicoli, nessuna possibilità di verificarne l’attendibilità”.

(di Alessandro Logroscino/ANSA)