Cina risponde a Trump con tre miliardi di dazi. Borse affondano

Dazi anche sulla frutta importata dagli Usa. (ANSA/AP Photo/Andy Wong)

PECHINO. – La Cina risponde alla stretta del presidente Donald Trump sulle importazioni d’acciaio e alluminio rendendo operativi i dazi su 128 beni provenienti dagli Stati Uniti, tra cui carne di maiale, vino, frutta fresca e secca per un valore totale di 3 miliardi di dollari.

Se la guerra commerciale appare più vicina, come temuto dalle Borsa aperte nel lunedì di Pasqua (Tokyo -0,31%, Shanghai -0,18% e il tonfo di Wall Street giù di oltre il 2%), il ministero del Commercio di Pechino ha ribadito l’invito “a revocare le misure che violano le regole” dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), che colpiscono il principio “di non discriminazione nel sistema multilaterale del commercio” e che danneggiano “seriamente” gli interessi cinesi.

I beni target sono stati definiti il 23 marzo per bilanciare il “protezionismo Usa” con i dazi al 25% sull’acciaio e al 10% sull’alluminio: l’accusa del ministero del Commercio cinese verso Washington è anche di non aver risposto alla richiesta del 26 marzo di avviare consultazioni sul tema.

“In molti hanno dato sostegno via telefono ed email esprimendo supporto al governo e alla difesa degli interessi nazionali” nel periodo di commenti pubblici chiuso il 31 marzo, recita la nota del ministero, all’indomani dell’avviso delle Dogane sui nuovi dazi.

Il ministero delle Finanze ha fatto suo lo schema che prevede una doppia stretta: al 15% su 120 beni, tra cui frutta come mele e uva, vino, ginseng, mandorle e tubi di acciaio; al 25% su scarti d’alluminio e, soprattutto, carne di maiale che nel 2017 ha avuto un valore di 1,1 miliardi di dollari che fanno della Cina il terzo mercato Usa di riferimento, nell’ambito di un export agricolo di quasi 20 miliardi.

Pechino vuole risolvere le controversie, ma, ha fatto sapere ripetutamente, in caso di scontro “lotterà fino in fondo”: le contromisure sono state mirate, a colpire il settore agricolo e il bacino elettorale di Trump. Solo un segnale, perché volendo contrattaccare, ha suggerito pochi giorni fa l’ex ministro delle Finanze Lou Jiwei, allora si dovrebbe guardare a soia, auto e aerei che insieme valgono non meno di 50 miliardi.

Per Trump la Cina è il fronte caldo tra quelli aperti dopo la mossa su acciaio e alluminio che vedono in prima fila, tra gli altri, Unione europea, Giappone, Messico e Canada esentati per ora dai dazi grazie a negoziati vari in piedi o in apertura, tra scadenze inverosimili, come quello del primo maggio dato a Bruxelles.

Sotto traccia le diplomazie di Usa e Cina lavorano per evitare la guerra, dopo che il segretario al Tesoro Steven Mnuchin e il rappresentante al Commercio Robert Lighthizer hanno dato a Liu He, vicepremier e plenipotenziario del presidente Xi Jinping in materia, la lista di beni da acquistare per allineare di 100 miliardi di deficit commerciale comprando ad esempio, in base ad anticipazioni di stampa, più microprocessori Usa.

Nel 2017 la Cina ha avuto un surplus commerciale sugli Stati Uniti di 275,8 miliardi, pari al 65% del totale. Il disavanzo stimato dal Census Bureau di Washington è di ben 375,2 miliardi. Trump, nonostante il dossier nordcoreano e il sostegno cinese in vista del summit di maggio con Kim Jong-un, lavora a nuove misure fino a 60 miliardi di dollari su una mappatura indicativa di 1.300 beni importati da Pechino, tra hi-tech e aerospazio e tlc, in risposta ai sussidi all’export e alle accuse di “rubare” o fare pressioni sulle compagnie straniere per cedere tecnologia.

Lighthizer ha fino al 6 aprile per rilasciare la lista finale dei beni da colpire: il segretario al Commercio Wilbur Ross, a fine marzo, ha anticipato che l’annuncio sarebbe maturato “molto presto”.

(di Antonio Fatiguso/ANSA)