FuoriSalone: con “House in Motion” la casa è mobile

MILANO. – Dare a un container la dignità di una casa, guardare alle rovine lasciate dal terremoto e scorgerci il futuro, trasformare un tavolo in un tetto, lasciare che sia solo la luce a creare un dentro e un fuori: c’è tutta la mutazione dell’abitare nelle installazioni di ‘House in motion’, la mostra-evento del FuoriSalone, che aperta all’Università Statale, all’Orto Botanico di Brera e all’Audi city lab.

Arrivata ai 20 anni, la mostra “continua a stupire per la sua capacità di innovazione” dice Ernesto Mauri, ad di Mondadori, casa editrice di Interni. A organizzare la rassegna, la direttrice Gilda Bojardi, per la quale oggi “la casa si declina secondo le esigenze di chi la abita: diventa temporanea, in movimento, si trasforma e adatta”.

E’ un abitare immateriale, come quello evocato dall’installazione ‘Canapa nera’ firmata dall’Accademia di Belle Arti Pietro Vannucci di Perugia con Paolo Belardi e Daniela Gerini, e realizzata dalla Regione Umbria: una scomposizione caotica di macerie, prelevate nelle zone rosse del cratere umbro del terremoto, contrapposte a un polittico composto da undici tele dipinte, che scandiscono altrettanti passi verso un futuro di resilienza.

Ed è un domani pieno di speranza anche quello immaginato da Piero Lissoni in My Dream Home, un’installazione di 12 container sovrapposti che rappresenta la casa dei sogni disegnata dai bambini haitiani di Cité Soleil, la più grande bidonville dell’isola. Uno dei tre container ospita la proposta di un’unità abitativa ecosostenibile, economica e versatile, studiata per le esigenze di una famiglia dell’isola.

Il secondo accoglie gli scatti realizzati dai fotografi Elisabetta Illy e Stefano Guindani durante un viaggio in Haiti nel 2017, mentre nel terzo trovano posto i disegni dei bambini. “Ognuno può immaginare la costruzione del suo sogno, noi abbiamo solo dato – spiega Lissoni – la possibilità di legarlo alle capacità e ai materiali disponibili”.

E’ il concetto di flessibilità “protagonista dello spirito dei tempi”, che si ritrova anche in ‘Colors on the move’ di Aldo Cibic: un grande tavolo che diventa il tetto di una scultura fatta di parallelepipedi che racchiude una spirale su cui si aprono tante stanze. “Siamo sempre stati affascinati dall’idea che un’architettura possa avere diverse vite. Di solito ciò avviene soltanto nel tempo, ma in questo caso – spiega Cibic – ci interessa aggiungere la possibilità di godere di una costruzione anche in diversi luoghi”.

Il movimento è alla base anche di ‘Home co-thinking’ dell’architetto Massimo Iosa Ghini, dove la casa diventa condivisa e sociale grazie alla tecnologia. Perché oggi lo spazio abitato – conferma il lavoro ‘Frame emotions’ di Alexander Bellman e Samsung – non si misura più solo in metri, ma anche nei pixel delle stanze virtuali che si aprono sui nostri dispositivi portatili. E’ design ad alto impatto emozionale, come il teatrino di lacca di Davide Rampello o Il Future space in legno che accoglie i visitatori all’ingresso dell’Università e che dopo la mostra verrà donato alle scuole milanesi.

Ed è una ‘smartown’ quella immaginata dai giovani architetti di SOS – School of Sustainability e realizzata insieme a Mario Cucinella: un’installazione, all’Orto botanico di Brera, di 700 mini case di luce che si stagliano sullo skyline di una città immaginaria “immaginando un rapporto non più di predominio – auspica il designer – ma di collaborazione con la natura”.

(di Gioia Giudici/ANSA)