Vita di un novantenne: “La solitudine è non essere capiti’

ROMA. – “Non voglio nessuna badante e non voglio uscire, sto bene così”. Giovanni lo ripete scandendo lentamente ogni parola mentre guarda le sue pantofole marroni. La voce tentenna sotto i suoi 90 anni e le mani che tremano, ma le idee sono chiare. Per qualche istante che sembra lunghissimo non parla, sembra riflettere sulla frase successiva da dire, o forse si è perso dietro a un ricordo che adesso sembra fargli male.

La sua è una delle tante storie di solitudine di persone anziane che vivono nelle grandi città, in palazzi alti e popolosi come alveari ma dove l’umanità lascia il posto alla fretta che banalmente lascia indietro le relazioni umane. “Mia moglie non c’è più – continua Giovanni – come fanno tutti a non capire che questo distacco è stato lacerante? Che i miei giorni adesso sono tutti uguali? Che è inutile che io parli se non c’è lei ad ascoltarmi? Subito dopo la sua morte me ne andavo ai giardinetti a guardare i bambini giocare. Poi le gambe, sempre più malferme, hanno deciso per me. Adesso spio gli altri dietro il vetro della finestra di questo palazzo di dieci piani in periferia, e quella vita là fuori è diventata la mia. Non mi serve altro”.

“La mattina mi alzo presto – spiega come si farebbe con un bambino – mi lavo, mi vesto, mi siedo e poi mangio. E’ sempre tutto così maledettamente uguale, ma anche così rassicurante, se la devo dire tutta. Mi sono rimasti pochi amici che sento ormai quasi solo al telefono, sempre più raramente. Ma io il motivo l’ho capito: io, semplicemente, li spavento perché loro escono ancora, hanno quella che definiscono una vita sociale con le loro mogli. Io rappresento quello che potrebbero diventare e che non sono pronti ad accettare”.

Giovanni accavalla lentamente una gamba sull’altra, toglie gli occhiali e mostra due occhi azzurri liquidi e malinconici: “Ogni tanto bussano alla porta, ma io ho paura di aprire dopo che un anno fa un ragazzo con una scusa è entrato e mi ha rubato la pensione. Non sono riuscito a impedirglielo, me ne sono stato lì a guardare. Quando è andato via mi sono messo a piangere. Della mia debolezza, della mia fragilità. Sapete, non l’ho detto a nessuno, nemmeno ai miei figli, perché mi sono vergognato. Temevo di fare la figura del solito vecchio che si fa truffare, cosa che in effetti è avvenuta”.

Scuote la testa, sorride e riprende a parlare Giovanni, seguendo il filo dei suoi pensieri: “I figli. Fanno il possibile ma sono indaffarati anche loro con le loro famiglie, il lavoro e le loro case che sono lontane dalla mia. Sono carini, ma io faccio fatica a chiedere. E allora finisce che se si è fragili gli altri decidano per te. La vera solitudine, sapete, è non essere capiti”.

(di Simona Tagliaventi/ANSA)

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