Guerra diplomatica dopo Gaza. Papa: “Basta violenze”

FOTO EPA/LUCA PIERGIOVANNI

TEL AVIV. – Dopo gli ultimi fatti di Gaza e l’apertura dell’ambasciata Usa a Gerusalemme, è la diplomazia ad essere diventata il campo di battaglia principale. Mentre il Papa ha espresso oggi “grande dolore per i morti e i feriti” della Striscia dicendosi “molto preoccupato e addolorato per l’acuirsi delle tensioni in Terra Santa e in Medio Oriente, e per la spirale di violenza”, Israele e Turchia sono a ferri corti come non si vedeva dai tempi della vicenda della ‘Flotilla’.

Ed anche i palestinesi hanno imboccato la strada della rappresaglia diplomatica richiamando i propri ambasciatori dai 4 paesi Ue – Ungheria, Austria, Romania e Repubblica Ceca – che, rompendo il fronte comune europeo, hanno partecipato all’inaugurazione dell’ambasciata Usa a Gerusalemme, dove il presidente del Guatemala Jimmy Morales ha inaugurato la sua sede diplomatica, seconda dopo gli Usa.

La tensione – lontana dai livelli dell’altro ieri – continua comunque a serpeggiare sul confine di Gaza dove nel pomeriggio, a poche ore dalla prima sera di Ramadan, ci sono stati per due volte spari contro soldati israeliani. L’esercito ha risposto colpendo con l’artiglieria postazioni di Hamas: in un caso i proiettili di mitragliatrice dalla Striscia sono arrivati – secondo l’esercito – fino ad una casa di Sderot, cittadina ebraica a poca distanza dalla frontiera, ma senza vittime.

Al tempo stesso un portavoce dell’esercito ha diffuso il video di un’intervista tv in cui Salah al Bardawil, esponente di Hamas, ha rivendicato come propri membri “50 dei 62 ‘martiri’ uccisi”. Su quegli uccisi lo scontro tra Israele e Turchia è diventato al calor bianco. Ankara, dopo aver già espulso l’ambasciatore israeliano, ha anche rimandato in patria il Console dello stato ebraico ad Istanbul come reazione all’allontanamento del Console turco a Tel Aviv.

Come ulteriore mossa – secondo la denuncia del ministero degli affari esteri a Gerusalemme, retto dal premier Benyamin Netanyahu – l’ambasciatore israeliano Eitan Naeh in partenza all’aeroporto di Istanbul (dove venerdì prossimo ci sarà il summit straordinario dei paesi islamici su Gaza convocato da Erdogan) è stato sottoposto “ad uno stretto controllo di sicurezza alla presenza deliberata dei media turchi”.

Un atteggiamento che ha provocato l’immediata convocazione al ministero dell’incaricato d’affari turco a Tel Aviv Umut Deniz “redarguito” e ammonito sulla “flagrante violazione del codice diplomatico tra due paesi”.

Nel frattempo, la stampa israeliana ha diffuso l’immagine pubblicata su Instagram dal figlio di Netanyahu, Yair, con la scritta “Fuck Turkey”. E poi ha reso noto che alcuni giornalisti israeliani della tv ‘Hadashot’ sono “stati spintonati” nella centrale piazza Taksim di Istanbul al grido di “assassini, assassini”.

La tempesta diplomatica ha investito anche i palestinesi: il ministero degli affari esteri di Ramallah – che ieri sera ha ritirato il proprio rappresentante a Washington – ha infatti annunciato di aver richiamato in patria per consultazioni gli ambasciatori dei quei paesi Ue che sono andati alla cerimonia dell’ambasciata americana. La presenza di quei paesi – ha tuonato il ministero – è “una grande violazione della legge internazionale e delle numerose risoluzioni dell’Onu”.

(di Massimo Lomonaco/ANSAmed)

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