“The Economist”: commercio illecito, Venezuela fanalino di coda

Globo geografico
84 le nazioni oggetto di studio. Il Venezuela all’ottantesimo posto. Farebbe meglio solo di Laos, Myanmar, Iraq e Libia. La Finlandia in vetta alla classifica

CARACAS – Altro triste record per il Venezuela. Una indagine condotta dal settimanale inglese “The Economist”,  il “Business Council for International Understanding” e la Ong “Transnational Alliance to Combat Illicit Trade” colloca il Paese tra le nazioni che meno impegno mostrano nel combattere il delitto del traffico illecito, sia questo di merci, sostanze stupefancenti, o persone.

Tra le 84 nazioni oggetto di studio, il Venezuela occupa l’ottantesimo posto. Insomma, il Paese, anche in questa singolare classifica, è fanalino di coda.

L’indagine pretenderebbe illustrare quali sono il Paesi che si adoperano nella lotta contro il narcotraffico, la tratta di persone, il commercio illegale di animali o semplicemente il contrabbando di merci. Il Venezuela, in questa occasione, farebbe solo meglio di Laos, Myanmar, Iraq e Libia.

Irene Mia, direttrice editoriale di Global, della rivista “The Economist”, segnala che “le nazioni hanno bisogno di istituzioni”.

– Quando mancano quelle legali lo spazio è occupato da quelle legali – precisa. Quindi sottolinea:

– Nei momenti di crisi il commercio illegale aumenta. E’ un fenomeno che trova giustificazione nel bisogno dei cittadini di acquistare quel che può quando può.

E il Venezuela, si sa, soffre oggi una delle peggiori crisi a livello mondiale. Il Prodotto Interno Lordo, da quasi cinque anni, registra una contrazione pari e a volte superiore al 10 per cento, una povertà che una indagine condotta da autorevoli università nazionali quantifica attorno all’80 per cento della popolazione, una disoccupazione crescente e una iper-inflazione che si stima potrebbe raggiungere e addirittura superare il 20mila per cento.

Nell’indagine del settimanale inglese si segnala che il Venezuela condivide con le nazioni che l’accompagnano in fondo alla classifica la debolezza delle istituzioni esistenti.

Mia, infatti, fa notare che non è sufficiente l’esistenza di una istituzione è anche necessario che questa abbia la forza e la volontà di assumere le responsabilità per la quale è stata creata. 

In vetta alla classifica, prodotto dell’indagine condotta dal settimanale inglese “The Economist”,  il “Business Council for International Understanding” e la Ong “Transnational Alliance to Combat Illicit Trade”, troviamo la Finlandia seguita dal Gran Bretagna, Stati Uniti, Zelandia e Austria.