Dazi, la Camera di commercio Usa contro Trump

Il presidente della Camera di Commercio Usa,Tom Donohue, dal palco.
Il presidente Tom Donohue lancia una campagna per mettere in guardia l'amministrazione sui rischi del protezionismo

WASHINGTON. – Cresce il dissenso nel mondo imprenditoriale Usa contro la guerra commerciale di Donald Trump. Dopo la delocalizzazione di alcune produzioni della Harley-Davidson e il monito della General Motors, scende in campo anche la Camera di commercio americana, che con i suoi tre milioni di iscritti è la più grande lobby del settore. L’organizzazione ha lanciato una campagna contro i dazi del tycoon, illustrando i possibili danni, Stato per Stato, con i posti di lavoro e le quote di export a rischio.

“L’amministrazione minaccia di minare il progresso economico per cui ha lavorato così duramente. Dovremmo perseguire il commercio libero ed equo, ma questo non è proprio il modo giusto di farlo”, ha dichiarato il presidente, Tom Donohue, creando un terremoto politico anche in vista delle elezioni di midterm di novembre.

Quella della Camera di commercio è infatti una mossa straordinaria, considerando che l’associazione storicamente ha lavorato in stretta collaborazione con i presidenti repubblicani e il Grand Old Party, esprimendo anche il suo plauso a Trump per il taglio delle tasse. Ora invece lo accusa di scatenare una guerra commerciale che colpirà il portafoglio degli americani e raffredderà il nuovo boom economico.

E lo fa cercando di mettergli contro l’elettorato, spedendo ai cittadini dei vari stati un modulo per contattare i loro rappresentanti a Capitol Hill ed esprimere la loro opposizione ai dazi. E prevedendo di spendere milioni di dollari nelle elezioni di metà mandato per sostenere candidati favorevoli a libero commercio e immigrazione, altro tema su cui c’è contrapposizione col presidente.

A dimostrazione delle proprie tesi, la Camera di Commercio ha diffuso i ‘costi’ della guerra dei dazi in alcuni stati dove il rating di Trump è molto alto: in Louisiana si stimano a rischio 553 mila posti di lavoro e 5,3 miliardi di dollari di export; in Alabama 567 mila posti di lavoro e 3,6 miliardi di dollari di export; in South Dakota 130 mila posti di lavoro e 129 milioni di export. In pericolo anche 3,9 miliardi di export in Texas, che vende carne in Messico e sorgo in Cina, 3 in South Carolina e 1,4 in Tennessee.

Insomma, Trump rischia un effetto boomerang proprio negli Stati dove ha vinto e che vuole difendere. Partner e alleati stranieri infatti non sono stati alla finestra e hanno già risposto colpo su colpo o lo faranno: la Ue – dopo aver colpito beni simbolo come whisky, jeans Levi’s e moto Harley Davidson – ha minacciato rappresaglie per 300 miliardi di dollari se Trump ricorrerà ai dazi sulle auto.

Trump per ora tira dritto, accarezzando addirittura una bozza di legge della sua amministrazione che consentirebbe agli Usa di abbandonare alcune delle regole chiave del Wto, dando al presidente la facoltà di imporre dazi senza il consenso del Congresso. Ma nel Congresso, che dovrebbe approvarla, c’è un’ampia maggioranza anti-tariffe, soprattutto tra i repubblicani che aspirano a essere rieletti nel voto di midterm.

(di Claudio Salvalaggio/ANSA)