L’affondo di Obama: “Con Trump a rischio la democrazia”

Barack Obama all'Università dell'Illinois durante il suo intervento. Nella foto con il dito alzato
Barack Obama all'Università dell'Illinois

WASHINGTON. – Con Donald Trump è a rischio la democrazia. Parola di Barack Obama. L’ex presidente degli Stati Uniti stavolta scende in campo davvero e, lasciando da parte il solito fair play, per la prima volta sferra un attacco diretto e durissimo contro il suo successore.

Mai fino ad oggi lo aveva citato per nome, descrivendolo come un bullo intento a dividere il Paese e a diffondere un senso di paura e di rabbia in America e nel mondo. Una persona prepotente contro cui gli americani dovrebbero ribellarsi. “La più grande minaccia per la nostra democrazia è l’indifferenza e il cinismo”, ammonisce l’ex inquilino della Casa Bianca, che parla di “posta in gioco elevatissima” nel voto di novembre.

L’affondo arriva infatti non solo nel pieno della bufera per la lettera anonima in cui un alto funzionario del governo parla di “resistenza silenziosa” nell’amministrazione alle politiche del tycoon. Ma arriva anche a 60 giorni dalle elezioni di metà mandato, quelle in cui gli americani saranno chiamati a rinnovare gran parte del Congresso: un voto determinante per il prosieguo della presidenza Trump.

E quest’ultimo lo sa. Perché se Obama, ritrovando la verve e il carisma dei suoi momenti migliori, chiede di andare a votare per spianare la strada all’attacco finale contro il tycoon, questi incita i suoi sostenitori a recarsi alle urne agitando lo spettro dell’impeachment: “Se accadrà questo, sarà colpa vostra”, il monito del presidente in carica.

Il voto di novembre dunque si delinea sempre più come una sorta di referendum su The Donald. E i democratici, ancora a caccia di un vero leader che li rappresenti in vista delle presidenziali del 2020, devono per l’ennesima volta affidarsi all’uomo che per ben due volte, nel 2008 e nel 2012, li ha portati alla Casa Bianca.

Intanto sono ore sempre più convulse a 1600 Pennsylvania, con lo staff presidenziale alle prese con la caccia alla gola profonda del New York Times. Un episodio su cui Trump chiede ora di indagare al ministro della Giustizia Jeff Sessions (ironia della sorte uno dei sospettati insieme ad un’altra decina di nomi), non escludendo anche azioni legali nei confronti del quotidiano.

Mentre dai democratici torna a levarsi la richiesta di un possibile ricorso al 25esimo emendamento della Costituzione, quello che prevede la rimozione di un presidente per manifesta incapacità di governare. Quella incapacità messa in luce nel libro del reporter del Watergate Bob Woodward e nella famigerata lettera anonima del Nyt su cui anche Obama dice la sua: “Resistenza silenziosa al presidente? Non è così che dovrebbe funzionare la democrazia. Dobbiamo riportare onestà e decenza all’interno del governo”.

Quella dell’università dell’Illinois è solo la prima di una serie di uscite dell’ex presidente degli Sati Uniti, che nei prossimi giorni sarà in California ma soprattutto in Ohio, stato cruciale in tutte le elezioni Usa.

(di Ugo Caltagirone/ANSA)