Dalle parole ai fatti

Il Consolato Generale d'Italia a Caracas

 

“Visto il successo della recente apertura straordinaria sabato 1 settembre u.s. dell’Ufficio Passaporti, per agevolare i connazionali che devono presentare la relativa domanda di rilascio – in particolare quanti hanno difficoltà ad assentarsi dal lunedì al venerdì dal proprio luogo di lavoro – si informa che sabato 15 settembre p.v. l’Ufficio sarà nuovamente aperto dalle ore 8.00 fino alle ore 12.00. Gli interessati dovranno come di consueto prendere appuntamento tramite il sistema Prenota Online”. E’ quanto si legge sul sito del nostro Consolato Generale di Caracas.

Quando l’impegno e l’efficienza sono insufficienti non resta che aumentare le giornate di apertura al pubblico.  E’ quanto sta facendo periodicamente il nostro Consolato Generale di Caracas. Anche così, non riesce a smaltire il crescente volume di lavoro e a rispondere alle esigenze dell’utenza con la celerità che vorrebbe.

I nostri Consolati in Venezuela sono in emergenza. E lo sono perché il Paese è in emergenza. La profonda crisi politica, economica e sociale; i provvedimenti del governo che restringono sempre più le libertà dei cittadini e asfissiano le poche, le pochissime aziende che non chiudono più per orgoglio che per un calcolo economico, favoriscono l’ondata migratoria che, negli ultimi mesi, si è trasformata in un vero e proprio esodo. I venezuelani fuggono da un’iperinflazione sconvolgente, dal ritorno di malattie che nel secolo scorso erano state debellate, da una criminalità sempre più spietata, dal fantasma della povertà.

I nostri Consolati in Venezuela sono in emergenza perché nonostante il loro impegno ed efficienza, come dimostrato dai numeri snocciolati dall’Ambasciatore Silvio Mignano nell’intervista concessa al nostro Giornale, la quantità dei funzionari che vi lavorano è inadeguata. Non riescono a smaltire il volume delle pratiche, a rispondere convenientemente alle tante e variegate esigenze dei connazionali. In un paese sull’orlo del baratro, il passaporto è considerato un salvagente. E’ il documento più richiesto. D’altronde, sono sempre di più i connazionali che espatriano. E sono sempre di più i giovani che cercano in Europa lavoro e benessere che il Venezuela non può più assicurare. Solo in Spagna, stando alle ultime cifre rese note dall’Istituto Nazionale di Statistica di quel Paese, vivono oltre 12mila italo-venezuelani. E’ un numero enorme e in costante aumento.

Dalle recenti dichiarazioni del vice-premier, Matteo Salvini, si desume che la realtà venezuelana è più che nota. Il vice-premier Salvini ha espresso in ripetute occasioni preoccupazione per gli italiani del Venezuela. E’ ora che questa preoccupazione si traduca in fatti concreti. E non è molto quello che chiede la nostra Collettività. Sono tre gli aspetti che, a nostro avviso, meritano una particolare attenzione da parte dell’Italia. Innanzitutto, va rafforzato l’organico dell’Ambasciata e del Consolato, per rispondere adeguatamente alle esigenze del momento. Se ieri, in circostanze normali, i nostri Consolati in Venezuela difettavano nel numero di funzionari, oggi, in un momento di acuta crisi del paese, il loro organico è palesemente insufficiente e va urgentemente incrementato.

Anche il milione di euro stanziato per aiutare i connazionali in difficoltà appare ormai inadeguato. L’iperinflazione è uno tsunami che travolge il potere d’acquisto dei cittadini. Tutti siamo più poveri. Tutti, giorno dopo giorno, vediamo inermi come i nostri risparmi sono divorati dall’aumento galoppante dei prezzi. Sono sempre di più le famiglie di ceto medio che hanno varcato la soglia della povertà. E tante quelle che, appena qualche mese fa parte di una declinante classe media, sono oggi sull’orlo della povertà assoluta. Cresce vertiginosamente il numero degli anziani che non riescono ad arrivare alla fine del mese con la loro misera pensione. E ancor più quelli che devono scegliere tra acquistare le medicine, che tante volte fanno la differenza tra la vita e la morte, o il minimo indispensabile per sfamarsi.

Per concludere, è urgente una politica che favorisca il ritorno dei connazionali in Patria e il loro reinserimento nella società. Non si tratta di inventare nulla di nuovo. Sarebbe sufficiente fare quanto già fatto dall’Italia stessa in occasioni simili o da altre nazioni che, come l’Italia, hanno milioni di connazionali sparsi per il mondo.

Oggi più che mai è necessario che le preoccupazioni espresse dal vice-premier Salvini si traducano in azioni concrete e non restino lettera morta. Alle parole, ora, devono corrispondere i fatti.

Mauro Bafile