Le donne brasiliane decidono le elezioni

"Il no" delle donne brasiliane a Bolsonaro
"Il no" delle donne brasiliane a Bolsonaro

E’ in condizioni mai viste prima, il Brasile che domenica prossima (7 ottobre) va a votare per scegliere il nuovo capo dello stato e rinnovare il Parlamento: polarizzato e con una democrazia a rischio. Il paese più grande dell’America Latina, settima od ottava potenza economica del mondo, si presenta sconquassato da una recessione economica che frattura in verticale, da cima a fondo, il corpo sociale degli oltre 200 milioni di abitanti. E favorisce un’anarchia in cui non solo sguazzano criminalità super-organizzata e corruzione, ma si allenta anche l’ordine dello stato, delle sue stesse istituzioni.

Un personaggio estremo è riuscito a porsi in testa ai sondaggi (31%) e al centro della scena elettorale: Jair Bolsonaro, 63 anni, ex capitano dell’esercito, con tre figli maschi tutti candidati (“siamo l’orgoglio maschile…”, risponde alla moglie separata che l’accusa di violenze coniugali) e un linguaggio che non evita le provocazioni più pesanti, anzi le cerca. Nostalgico della dittatura militare, sostenuto da alcune delle chiese evangeliche che in trent’anni hanno sottratto milioni di fedeli a quella cattolica di Roma. Dice che “non riconoscerà nessun risultato che non lo veda vincitore”. Cosi si è fatto una fama di “golpista”, senza che a lui appaia disdicevole.

Si è fatto anche quella di misogino, insinuando una minorità delle donne in quanto tali e sostenendo che sul lavoro anche a parità di funzioni devono ricevere una retribuzione inferiore a quella degli uomini. Insomma, se l’è cercata. E contro di lui è scesa in piazza sabato scorso la più vasta manifestazione di donne nella storia del Brasile, a centinaia di migliaia hanno sfilato per decine di città chiamandolo fascista e omuncolo. L’ hashtag “Ele Nao”, Lui No, è montato nel web come una mareggiata. Le donne sono il 52 per cento della popolazione brasiliana. Il matriarcato sebbene ignorato e vilipeso è tutt’altro che assente.

Però all’indomani i sondaggi d’opinione non hanno rilevato correzioni significative nei favori elettorali dei diversi capilista. Ele, Lui, resta il primo, pur isolato ed esposto alla sconfitta in caso di secondo turno. A eccezione del nordeste, in un passato non lontanissimo terre di coroneis e cangaceiros (come dire baroni e banditi), non il massimo della modernità. Ed oggi, invece, sensibilizzato alla questione di genere, grazie -si pensa- alla straordinaria crescita del turismo che porta milioni di visitatori all’anno dalla celebre Bahia verso nord, fino al Pernambuco, al Sergipe, al Cearà, tanto a lungo dimenticati nel sottosviluppo di un latifondo storicamente raffinato e razzista.

A mantenere l’immagine di Bolsonaro ha contribuito con ogni probabilità anche l’aureola di martire conferitagli dall’attentato di cui è stato vittima settimane addietro. Uno psicopata l’ha accoltellato gridando d’essere stato incaricato da Dio di fare giustizia. Per fortuna ferito seriamente ma vivo e in pronto recupero, anche il candidato ha voluto vedere nella propria salvezza la mano di Dio, del quale assicura comunque di essere un predestinato fin dal primo giorno di campagna elettorale. Cosi che può evitare il confronto diretto con gli altri candidati e le loro insistenti e imbarazzanti domande. I dibattiti politici se li guarda in tv dal letto di casa sua.

Meno fortunata, Marielle Franco, giovane sociologa, popolarissima leader LGTB e consigliera comunale della sinistra a Rio de Janeiro, assassinata per la strada la sera dello scorso 14 marzo. I killer hanno affiancato l’auto su cui tornava a casa, crivellandola con colpi di pistole calibro 9. Gli esami balistici hanno successivamente accertato che i proiettili provenivano da una partita consegnata alla polizia militare della città. Colpi d’arma da fuoco contro esponenti politici e sparatorie tra gruppi di trafficanti e tra questi e la polizia non di rado connivente con una o l’altra banda sono all’ordine del giorno. Tra gli ultimi morti, 4 erano bambini. Vanamente il Presidente Temer ha fatto ricorso allo stato di eccezione per affidare la città all’esercito.

Gli aspetti più tragici così come quelli folcloristici del panorama descritto non devono distrarre oltre misura. Il Brasile non è certo lo specchio del mondo, nondimeno nella sostanza rimanda a una più ampia geografia che dal continente americano varca l’Atlantico e trova riflessi fin in Europa: nella sua crisi politica, economica e istituzionale che con l’Italia investe più o meno l’intero Occidente. Vista attraverso i soft pitagorici di Bruxelles, inoltre, l’economia per alcuni numeri non sta molto peggio di quelle dell’UE: ha una bilancia dei pagamenti positiva, un forte superavit commerciale, un debito rilevante (78% PIL) ma essenzialmente in moneta nazionale, la banca centrale possiede riserve per 381 miliardi di dollari. Ma poi c’è l’altra faccia della medaglia.

La vita dell’enorme maggioranza dei brasiliani è esposta a turbolenze e troppo spesso sul ciglio di una precarietà che da un momento all’altro può precipitare nella miseria, in un clima di autoritarismo e violenza crescenti. Il governo di Michel Temer, succeduto automaticamente a Dilma Roussef colpita dall’interdizione, ha affrontato la crisi economica con tagli spietati alla spesa pubblica che in assenza d’investimenti privati hanno inaridito il consumo interno. L’industria produce al 60 per cento della sua capacità; a una disoccupazione ufficiale del 13 per cento (17,5 milioni di persone), va aggiunto un lavoro nero stimato generalmente quasi alla metà della forza disponibile (oltre 50 milioni di persone).

Queste fin qui enumerate sono le problematiche su cui si misurano la decina di candidati alla Presidenza, frutto della selezione operata dai sondaggi sui ben 37 partiti indirettamente ereditati a suo tempo dalla ventennale dittatura militare (causa non secondaria dell’eccessiva frammentazione del sistema politico brasiliano e della sua corruzione, poiché ostacola maggioranze assolute e obbliga i partiti di maggioranza relativa a eterogenei governi di coalizione, non sempre possibili per sola carità di patria e spesso neppure con i 25mila posti pubblici a disposizione dello spoil-system previsto per i vincitori). Ciò che aiuta a comprendere perché -con l’eccezione di Bolsonaro-, tutti gli altri candidati esaltino il ruolo delle donne e siano critici dei massimalismi.

Distanziato d’una decina di punti, il primo inseguitore del “coiso”, del tipaccio, come ormai moltissime donne chiamano Bolsonaro, è il prestigioso ma poco carismatico giurista Fernando Haddad, al quale il Partito dei Lavoratori (PT) ha affidato l’eredità elettorale dimezzata di Lula, irrimediabilmente eliminato dalla controversa vicenda giudiziaria che l’ha portato in carcere. Dietro, ma ciascuno con un gruzzolo di voti niente affatto disprezzabile, soprattutto se com’è probabile s’arriverà al secondo turno, c’è una pattuglia di mezza dozzina d’altri candidati, più o meno equamente rappresentativa del centro-sinistra e del centro-destra. Una dispersione che riflette l’insufficiente integrazione d’un paese gigantesco che stenta a ergersi stabilmente in tutta la sua potenza.

Livio Zanotti

Ildiavolononmuoremai.it