Il duello Italia e Ue alla prova dei mercati

Una sala della borsa con operatori al lavoro. Mercati
Sotto osservazione spread e timori per aumento spesa interessi

ROMA. – “In questi giorni ho capito che i mercati vogliono molto più bene all’Italia di quanta ne voglia l’Unione Europea”, dice il vicepremier Luigi Di Maio in attesa, come tutti, di conoscere la reazione di borse e operatori sugli sviluppi della querelle tra Roma e Bruxelles. Le piazze finanziarie riapriranno infatti dopo una prima reazione ufficiale dell’Unione europea alla manovra che prevede, in particolare, un rapporto deficit/Pil al 2,4% l’anno prossimo. Indicatore che nei giorni scorsi aveva già prodotto i suoi effetti portando il differenziale tra titoli italiani e tedeschi a dieci anni a 300 punti, per poi ripiegare.

Il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, appare fiducioso e afferma di non vedere una tempesta finanziaria alle viste. Secondo alcuni i mercati potrebbero mantenersi in stand by malgrado l’irrigidimento delle posizioni tra Governo e Ue in attesa di conoscere più nel dettaglio la manovra.

Dietro l’angolo, però, non c’è solo Bruxelles, ma soprattutto le principali agenzie di rating che tengono ancora l’Italia due gradini sopra il livello speculativo ‘junk’, spazzatura ma potrebbero rivedere le loro valutazioni: Moody’s (rating Baa2) deciderà a fine mese, S&P (BBB) il 26. Fitch ha tagliato il rating a BBB ad agosto scorso ma alla luce di questi numeri potrebbe pronunciarsi di nuovo. Per cui il quadro appare comunque in fibrillazione.

Per la banca d’affari americana Citi, la reazione della Ue alla manovra italiana è stata più dura delle attese, “facendo crescere le probabilità di una procedura per deficit eccessivo che potrebbe far salire lo spread Btp-Bund a 350 punti base”. Il duello a distanza di questo fine settimana non sembra certo avere rasserenato il clima. In ogni caso il rendimento dei nostri decennali dovrebbe rimanere sotto il 4% (ora è al 3,4%), un “punto critico” oltre il quale bisognerebbe preoccuparsi davvero.

Secondo JpMorgan “il conflitto con l’Unione europea è un problema di secondo ordine rispetto alla reazione del mercato”, in quanto “la Commissione sta entrando in una fase di stallo” con le elezioni europee alle porte. Il timore è quindi più legato allo spread e alla soglia dei 400 punti vista come la peste. Basti pensare che con i 500 punti toccati nel 2011, dal 2010 al 2012, la spesa per interessi è cresciuta di quasi un punto di Pil per effetto dell’ampliamento del premio di rischio.

E Goldman Sachs in questo senso è abbastanza netta. Con lo spread a questi livelli (e cioè intorno ai 300 punti) l’aggravio in spesa per interessi che l’Italia dovrebbe pagare è “modesta”, poco più di tre miliardi di euro, nel 2019. Ma mettendo insieme il rincaro da qui al 2021 (nell’ipotesi che il differenziale resti a questi livelli) si arriva cumulativamente a oltre 20 miliardi, di cui cinque fra il 2018 e il 2019: se ne andrebbe in fumo buona parte dei 40 miliardi stimati per la manovra 2019.