Allarme Onu, in dieci anni mille giornalisti uccisi

Una macchina fotografica in primo piano e dietro un cartello con la scritta in spagnolo: Non si uccide la verità assassinando i giornalisti"
Dimostrazione per i giornalisti assassinati in Messico

NEW YORK. – Alcuni casi, come quelli di Jamal Khashoggi, Daphne Caruana Galizia e di Jan Kuciak, hanno scosso l’opinione pubblica in tutto il mondo, ma sono sempre di più i giornalisti che vengono uccisi nello svolgimento della loro attività investigativa. A lanciare l’allarme, in occasione della ‘Giornata internazionale contro l’impunità per i crimini contro i giornalisti’, è il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres.

“In poco più di un decennio, oltre mille reporter sono stati uccisi mentre svolgevano il loro indispensabile lavoro. Nove casi su dieci non sono stati risolti e nessuno è stato ritenuto responsabile”, ha sottolineato Guterres, dicendosi “profondamente turbato”. Il leader del Palazzo di Vetro ha ricordato che “solo quest’anno almeno 88 giornalisti sono stati uccisi”, e “molte altre migliaia sono stati attaccati, molestati, detenuti o imprigionati con false accuse, senza un giusto processo. Questo è oltraggioso e non dovrebbe diventare la nuova normalità”.

Il segretario generale ha ricordato pure che “le giornaliste donne corrono spesso i rischi maggiori non solo per il loro lavoro, ma anche per il loro genere”. “Quando i reporter sono presi di mira, le società nel loro complesso pagano un prezzo”, ha continuato, invitando i “governi e la comunità internazionale a proteggere i giornalisti e a creare le condizioni di cui hanno bisogno per svolgere il proprio lavoro”.

Nella Giornata indetta dall’Onu nel 2013 in memoria dell’omicidio di due reporter francesi in Mali, Guterres ha “reso omaggio ai giornalisti che ogni giorno fanno il loro lavoro nonostante intimidazioni e minacce, e questo ci deve ricordare che la verità non muore mai”.

L’ultimo episodio è quello di Jamal Khashoggi, il reporter saudita dissidente ucciso nel consolato del suo paese a Istanbul il 2 ottobre scorso, la cui morte è diventata un caso politico internazionale. E proprio oggi la sua fidanzata, Hatize Cengiz, ha chiesto dalle colonne del Washington Post alla comunità internazionale di fare giustizia sulla vicenda, uno sforzo che dovrebbe essere guidato dagli Stati Uniti, un paese “fondato sugli ideali di libertà e giustizia per tutti, con il primo emendamento che sancisce gli ideali personificati da Jamal”.

Poi c’è la reporter e blogger Daphne Caruana Galizia, uccisa l’anno scorso a Bidnija, nell’isola di Malta. Una bomba ha fatto saltare in aria la sua auto, una Peugeot 108, mentre lei era a bordo, e Daphne è deceduta sul colpo. Solo quindici giorni prima, aveva denunciato alla polizia di aver ricevuto minacce di morte, dopo le sue numerose inchieste su corruzione e malaffare.

E, solo per citare un altro dei casi più recenti, l’assassinio del giovanissimo reporter Jan Kuciak che investigava sui legami della ‘ndrangheta in Slovacchia, ucciso con la sua fidanzata.

(di Valeria Robecco/ANSA)