Con Agnelli al Cremlino: Quando i giornali avevano padroni “impuri” ma cortesi

Gianni Agnelli, in secondo piano, mentre Vittorio Valletta firma l'accordo per la costruzione dello stabilimento Fiat a Togliattigrad.
Gianni Agnelli, in secondo piano, mentre Vittorio Valletta firma l'accordo per la costruzione dello stabilimento Fiat a Togliattigrad.

Mosca, Autunno 1977.

A mezzanotte cominciamo a parlare di politica: inedia del socialismo di stato e cinismo del mercato capitalista. Gianni Agnelli è un conversatore solo emotivamente distaccato, se serve a far chiarezza non ha difficoltà a esprimere concetti chirurgici. D’ineccepibile cortesia, ma tranchant (parola che non gli dispiace). Se un giornale fa utili, è più libero, dice tra l’altro. E’ leggermente febbricitante, nessuno dei numerosi accompagnatori venuti con lui da Torino può tuttavia convincerlo ad andarsene a dormire. Non l’addetto stampa, non l’ avvocato Chiusano, amico e confidente, e neppure l’ ingegner Gioia, uno dei più potenti direttori generali della Fiat, che gli ricorda i molti impegni dell’ indomani.

Negli ultimi 30, 40 minuti si sono presentati uno dopo l’altro, in ordine gerarchico e di vicinanza personale all’ Avvocato, nel salotto della spoglia ma spaziosissima suite dell’hotel Sovietskaja, riservato agli ospiti illustri della capitale sovietica. Gli ripetono tutti (tono suadente e atteggiamento preoccupato) che è molto tardi e deve riguardarsi, l’indomani sarà una giornata densa d’impegni. Tant’è che a un certo momento penso di essere io quello che se ne deve andare, faccio per alzarmi e salutare… Ma trattenendomi con ferma soavità per un braccio l’Avvocato m’invita a restare ancora e ringraziandolo con un mezzo sorriso della sua premura invita l’ingegner Gioia a tranquillizzarsi e andare lui a riposare.

Gianni Agnelli è venuto a Mosca per sottoscrivere il rinnovo del contratto pluriennale di collaborazione tecnico-scientifica tra la Fiat e l’apposito comitato sovietico che riunisce vari ministeri interessati allo sviluppo industriale. E’ l’ accordo che ha già reso possibile la costruzione della grande fabbrica automobilistica di Togliattigrad. Dalle sue catene di montaggio, disegnate e allestite dai tecnici e dagli operai di Torino, esce da tempo ormai il torrente di Fiat-Lada e Fiat-Zigulì che hanno avviato la motorizzazione di massa in Unione Sovietica. E’ un affare di dimensioni continentali. Per realizzarlo ci sono voluti anni e anni di trattative internazionali, politiche, finanziarie e tecniche, più volte degenerate in battaglie. La concorrenza era agguerritissima.

Pertanto il presidente del grande gruppo torinese vuol capire bene che aria tira al Cremlino. La sua inesauribile curiosità intellettuale non è fine a se stessa. In quanto l’ accordo è fatto e consolidato, però le incognite non mancano. Kossighin, il modernizzatore che l’ha voluto più di tutti gli altri, appare notevolmente indebolito. Soltanto pochi mesi addietro è stato liquidato senz’apparente preavviso il presidente dell’Urss, Nikolaj Podgorny, che Agnelli aveva conosciuto personalmente nel corso di un suo viaggio in Italia. Dal vertice del Pcus, il partito comunista, massima se non unica sede del potere decisionale nel paese, il segretario generale Leonid Breznev l’ha messo fuori della porta con qualche spallata e un rapido sgambetto, assumendo anche la più alta carica istituzionale.

Restano a fargli ombra soltanto il ministro degli Esteri, Andreij Gromiko, un tecnocrate pragmatico, negoziatore coriaceo ma rispettoso degli impegni sottoscritti, ritenuto perciò affidabile anche in Occidente; e nascosto negli uffici della lugubre Lubianka, sede storica dei servizi segreti, dalla Ceka dei primi bolscevichi alla staliniana NKVD, al KGB che al momento per conto di Breznev perseguita i dissidenti e qualcuno arriva a rinchiuderlo in manicomio, l’ attuale capo, Yuri Andropov, generale della Milizia e nondimeno lungimirante sociologo. Con Roberto Toscano, Consigliere alla nostra Ambasciata di Ulitza Vesnina, il più attento e il primo a segnalarmelo, leggiamo tra sorpresi e ammirati sulla rivista mensile di scienze sociali un suo articolo che denuncia senza tanti giri di parole inefficienze e corruzione tali da porre in pericolo il futuro prossimo della patria del socialismo reale.

Il supercensore Michail Suslov, indicato convenzionalmente dalla stampa occidentale come il guardiano alla dottrina della fede, già fervente collaboratore di Stalin nelle purghe degli anni 1937-40, Piotr Shelest e Aleksandr Shelepin, commissari al politbjurò del PCUS e dunque sommi manovratori delle maggioranze interne al partito, un altro stalinista di lungo corso come Konstantin Chernienko nella segreteria, contano eccome! Ma ciascuno soltanto all’ interno del proprio recinto di competenze. Il deus ex machina è ormai esclusivamente Breznev, icona vivente e rugosa di una burocrazia fossilizzata, che non avverte la drammaticità dei ritardi e delle distorsioni accumulati, sfugge la realtà e sopravvive essenzialmente della sua stessa retorica.

L’ Avvocato si mostra persuaso dalla rassegna che abbiamo messo assieme. Solo vorrebbe ragionare di più degli aspetti politico-economici, chi decide questo e chi decide quello nel sistema a programmazione iper-centralizzata dell’Unione Sovietica. Lui che in qualsiasi momento può telefonare a Kissinger, il segretario di Stato di Nixon, va a cena con il Presidente francese Giscard D’Estaing, frequenta mitici banchieri americani come Morgan e Rockfeller, consulta a piacere i grandi formatori di opinione da Parigi a New York! Le mie fonti d’ informazione sono autoctone ma incomparabilmente di ben più modesto livello. Inoltre sto a Mosca da poco più d’un anno, che in questo gelido mondo di segreti e sospetti in cui l’ossessione dello spionaggio fa si che non esista neppure l’elenco telefonico, è quasi come essere appena arrivati.

Agnelli conviene con me assentendo rassegnato con la testa e a questo punto si sovviene che prima di essere destinato dal direttore Arrigo Levi all’Unione Sovietica, sono stato inviato dal suo predecessore Alberto Ronchey a fare il corrispondente del giornale di proprietà Fiat, La Stampa, nel Sudamerica degli anni dei colpi di stato, della resistenza armata e dei sequestri estorsivi, degli attentati, dei fucilati, dei torturati e degli scomparsi. Con il beneplacito della Casa Bianca se non per istigazione del presidente Nixon, i militari si sono messi sotto i piedi le costituzioni nazionali e ogni diritto dei cittadini; comandano ormai dal canale di Panama allo stretto di Magellano. Parliamo sopratutto del Cile di Salvador Allende e dell’Argentina di Juan Domingo Peron.

Quest’ultimo mi sembra di capire che l’abbia anche incontrato di persona perché ne conserva un ricordo non privo di qualche tratto pittoresco. Soprattutto riferito ai personaggi che lo assistevano più da vicino. La moglie Isabelita e più ancora il loro Rasputin, il segretario Lopez Rega, abile nel nascondere l’oscura vocazione allo spionaggio multiplo e all’intrigo dietro il culto di pratiche esoteriche. Dev’ essere stato intorno al 1972, per il primo, provvisorio ritorno del gran Caudillo dall’esilio di Madrid a Buenos Aires ancora sotto la vacillante dittatura militare proclamata dal generale Ongania e infine governata dal generale Lanusse.

Faccio osservare all’Avvocato che il peronismo è nondimeno un fenomeno politico-sociale reale e rilevante, niente affatto esaurito, di cui il paese che gli ha dato i natali non pensa di sbarazzarsi. Sarebbe utile comprenderlo meglio. Lo stesso potrebbe dirsi del populismo in generale, che con tutti i suoi istinti plebei e la demagogia dei capi carismatici, non cessa perciò di essere una delle forme politiche in cui possono trovare sbocco gli squilibri, le precarietà culturali e sociali di certe epoche, le contraddizioni dei loro rispettivi livelli di sviluppo economico.

Mi ascolta con l’aria di pensare: se lo dice lei. . . Lui ha un’altra opinione. Che accenna, non esprime pienamente. Mi ricorda senza insistervi più di tanto che la Fiat ha pagato un prezzo molto alto, di sangue innanzitutto. Oberdan Sallustro che la presiedeva a Buenos Aires è stato sequestrato da un gruppo armato della sinistra estrema e ucciso in un confuso conflitto a fuoco con la polizia, mentre cercavano di ottenere la sua liberazione. Aggiunge: abbiamo lasciato l’Argentina, rassegnandoci ad affidare l’importante stabilimento di Cordova in gestione contrattata. Troppa violenza, nessun criterio.

Accetta invece di buon grado la controversia sul Cile di Unidad Popular. Dice che il progetto non stava in piedi, che era destinato alla bancarotta. A suo parere si trattava di un’ economia con una base produttiva troppo limitata per pretendere di raggiungere l’autonomia del mercato interno e priva della capitalizzazione necessaria a finanziare uno sviluppo sostenibile. Io non pretendo di negarne limiti e contraddizioni, le ho viste con i miei occhi e ammetto senz’altro che all’esterno del governo, Unidad Popular aveva componenti avventuriste. Sostengo però che il regolare svolgimento del processo politico ne avrebbe chiarito il senso storico a tutti i cileni. A questo servono il rispetto delle istituzioni, modalità e tempi della democrazia. Il colpo di stato militare partorito dalla guerra fredda ha prodotto solo una tragedia.

Lo dico cercando di esprimermi con la massima precisione, scegliendo le parole con la cura di cui sono ancora capace a quest’ora della notte: il raffinato signore e grande capitalista che ho di fronte manifesta convinzioni forti, non manca di argomenti e inoltre è il mio datore di lavoro. Lui, per fortuna, sembra proprio non pensarci affatto. Discutere gli piace molto e affermare il suo punto di vista ancor di più. Lo fa amabilmente, con il medesimo garbo con cui ha tolto le gambe visibilmente dolenti dal tavolino del salotto appena mi ha visto arrivare in fondo al lungo corridoio subito dopo cena; e adesso distrattamente si massaggia quando interrompiamo la conversazione per servirci reciprocamente un tè, ormai torbido e freddo.

E’ in quest’atmosfera che come farebbe un osservatore assolutamente neutro (se esistesse…), suggerisco che questioni di principio a parte, il golpe cileno è stato un pessimo affare anche per la Fiat, che ha così perduto un mercato piccolo e periferico se si vuole, nel quale nondimeno l’impresa operava con profitto. Lui non me la fa passare. E con un mezzo sorriso che mi ricorda quello riservato prima all’ ingegner Gioia, chiarisce con nettezza: questioni di principio a parte, come dice lei, non funziona per niente così… In quanto se si è sul punto di perdere un mercato, è preferibile che questo vada distrutto. Poiché un mercato distrutto può sempre essere ricostituito. Mentre un mercato perduto diventa un’ incognita e può andare a rafforzare la concorrenza. E’ giunto il momento di salutarci. L’ Avvocato insiste però perché lo accompagni l’indomani al festeggio ufficiale per la firma del contratto.

Il salone del ricevimento, sul Nezhdanovskij Pereulok, dietro la via Gorki, è immenso. Nel mezzo, il tavolo a più piani sormontati di cibi salati e dolci, bevande alcoliche e superalcoliche, richiama il profilo delle non lontane torri cremliniane. Sulla parete interna, dalla cui porta-vetrata siamo entrati, un grande orologio a pendolo allo scoccare dell’ora rintocca le prime note dell’inno nazionale sovietico. Su quella di fronte campeggia una fotografia di Breznev, sotto la quale c’è un tavolinetto con un vaso di rose rosse; non si vedono falci e martelli, ma tre o quattro petti di generali decorati di medaglie e nastrini multicolori come stendardi in processione non mancano e completano il kitsch soviettista.

L’ Avvocato non fa commenti, a me sembra di scorgergli lampi d’ orrore nei grandi occhi ben aperti tra le palpebre leggermente gonfie. Sta di fatto che salutati con attenta deferenza gli anfitrioni che lo ricevono, mi afferra sotto braccio e cominciamo a girare attorno al tavolo come cavalli all’ ippodromo, con la mente al nastro del traguardo che per noi è con ogni evidenza il momento di andarcene. Mi domanda di qualche personaggio che spicca tra gli invitati, ma salvo un paio di alti funzionari che si occupano dell’Italia, un artista plastico del quale tutti a Mosca sanno che lavora per i servizi segreti e una signora che anch’egli ha già incontrato, non riesco a soddisfare la sua curiosità.

Il livello della vodka nelle bottiglie della Stolichnaja e del vermuth italiano sul versante dei dolci calano rapidamente e come un barometro all’incontrario segnano il grado di vivacità del ricevimento: quanto più questa sale l’altro scende. Lo stesso accade con i bowls colmi di caviale beluga affondati nel ghiaccio. Noi ci limitiamo a sfiorare di tanto in tanto quest’atollo gastronomico alla deriva nella festa solo per evitare qualche commensale che ci si para davanti, ma senza neppure ridurre la velocità. Siamo attesi a cena alle nove, mi comunica l’Avvocato, probabilmente per giustificare l’assoluta astinenza a cui ci stiamo obbligando.

Ma attenuata dall’alcol l’ansia da buffet, noto più d’un invitato puntare Agnelli con l’evidente intenzione di agganciarlo. Anche lui se ne accorge e infittisce ancor più il discorso con varie ed eventuali: torna sui milioni che ha messo nel Corriere della Sera, solo un prestito alla cara amica Giulia Maria (Crespi, n.d.r.), altro che tentativo di entrare nella proprietà del giornale, quanto prima gli rientrano quei soldi, meglio è per tutti; ripete che un giornale deve essere in attivo come qualsiasi altra impresa, pur ammettendo che l’aspetto finanziario gioca un ruolo decisivo nell’economia del bilancio. Poi passa a Gheddafi, appena entrato con il fondo d’ investimento LAFICO nel capitale Fiat, sollevando un vespaio negli Stati Uniti che l’accusa di terrorismo. Mi domanda: lei l’ha mai incontrato? Dicono che sia un personaggio singolare, abita per mesi sotto una tenda ai margini del deserto. . .

I più audaci aspiranti al dialogo con il presidente della Fiat si fanno intanto avanti, cauti però niente affatto dissuasi dalla velocità del nostro passo, né dall’intensità della conversazione, cioè di quanto l’ Avvocato continua a raccontarmi. Uno rompe gli indugi e quando gli passiamo a tiro lo saluta, tendendo la mano per stringere la sua. Agnelli finge di non vederla e ricambia solo verbalmente il saluto. L’altro ne approfitta comunque per accennargli le ragioni per cui gli ha fatto sollecitare un appuntamento e io per discrezione provo a svincolare il mio braccio e allontanarmi. Non riesco, però, poiché risoluto a usarmi come respingente umano l’Avvocato continua a tenermi stretto a sé, liquida in due parole l’ importuno e riprende. . . riprendiamo la marcia.

Giorni fa mi è capitato di guardare Seneca, il giovane… dice così: “guardare”, a bruciapelo. Lo guardi anche lei, aggiunge vedendo il mio sguardo smarrito. Per chissà quale associazione mi torna in mente che da giovanissimo Gianni Agnelli ha avuto come precettore Franco Antonicelli. Lo stoicismo non è estraneo allo spirito di quella generazione di coraggiosi democratici che tra il fascismo e la Liberazione ha combattuto da Torino per la libertà del nostro paese e della quale Antonicelli è stato insostituibile animatore. Però non mi viene di nominarlo. Forse nel dubbio di apparire indiscreto. Mi scappa detto invece: beh, quello ha dovuto vedersela con gente come Caligola, Messalina e Nerone: un ricevimento come questo lo annoierebbe a morte. . . L’ Avvocato non trattiene una muta risata.

Nei decenni 1970/80 era d’attualità il dibattito se la libertà di stampa fosse meglio garantita da editori “puri” (per i quali l’azienda editoriale fosse il core-business dei loro interessi) oppure “impuri” (come nel caso della famiglia Agnelli per la quale l’editoria costituiva solo un’attività del gruppo Fiat).

L’avvento dell’era digitale ha sconvolto tutti i paradigmi dell’informazione, senza che la libertà di stampa abbia ragione di sentirsi più al sicuro di prima.

Livio Zanotti

Ildiavolononmuoremai.it