Strutture sanità cattoliche, porte aperte agli indigenti

Papa Francesco saluta malati al termine di un'udienza. Sanità
Papa Francesco saluta malati al termine di un'udienza (Foto Sir)

ROMA. – “Porte aperte, da sempre, a chi comunque non può permettersi le cure pagando il ticket, ma una oculata gestione è necessaria proprio per garantire un servizio di assistenza adeguato sia a chi può pagare sia a chi non può”. Il presidente dell’Associazione religiosa istituti sanitari (Aris), padre Virginio Bebber, accoglie così il richiamo di papa Francesco alla dimensione della gratuità che, ha detto, “dovrebbe animare soprattutto le strutture sanitarie cattoliche”.

L’Aris comprende 220 strutture in tutta Italia – tra ospedali, case di cura, istituti di riabilitazione e ricerca scientifica – con oltre 50mila operatori e medici impiegati e con 35mila posti letti, totalizzando circa 2 milioni di prestazioni l’anno, anche ambulatoriali. Sono tutte strutture no-profit e convenzionate con il Sistema sanitario nazionale (Ssn). Non fanno invece parte dell’Aris le strutture cattoliche completamente private e non convenzionate.

“Come Aris – afferma padre Bebber – le nostre porte sono e saranno sempre aperte: cittadini che non potessero affrontare la spesa del ticket sanitario vengono comunque assistiti, nessuno è rimandato indietro e varie strutture hanno ambulatori dedicati o organizzano assistenza anche domiciliare per persone indigenti”.

Tutto ciò però, precisa, “non esclude una necessaria gestione: queste strutture hanno la responsabilità di 50mila lavoratori. Per questo sono convenzionate con il Ssn ed è previsto il sovvenzionamento dalle Regioni. In vari casi, però, tali contributi arrivano in ritardo o non arrivano e ciò ha già portato alla chiusura di molte strutture”.

Dunque, rileva l’Aris, pieno accordo con le parole del Pontefice secondo il quale “le istituzioni sanitarie cattoliche non dovrebbero cadere nell’aziendalismo”, ma salvaguardando al contempo “la necessaria gestione ‘da buon padre di famiglia’, e ciò al solo fine – conclude padre Bebber – del mantenimento del servizio, sia per chi può contribuire economicamente sia per chi non può”.