Coronavirus: i musulmani non pregano in streaming

Musulmani in preghiera nella moschea Bait-ul-Wahid.
Musulmani in preghiera nella moschea Bait-ul-Wahid. EPA/ARMANDO BABANI

MILANO. – Jumua è la parola araba che indica la preghiera del venerdì. Significa ‘riunione’, ‘congregazione’ ed è per questo che il coronavirus ha avuto un impatto ancora più forte sul mondo musulmano. Ma così come nelle chiese, anche nelle moschee sono vietate le celebrazioni con i fedeli per evitare assembramenti e contenere il contagio da Covid-19: sospese quindi tutte le funzioni, in particolare la preghiera del Venerdì, quella collettiva a cui i musulmani partecipano tutti insieme.

Ma se per i cristiani è stato possibile ‘trasferire’ il momento della preghiera e delle Messe su dirette televisive o in streaming, per i musulmani questo non è possibile. ‘La Jumua – spiega Davide Piccardo ex coordinatore del Caim (Coordinamento delle associazioni Islamiche di Milano) – perde il suo valore sacro e rituale se viene celebrata a distanza, è molto importante il contatto, la vicinanza, la presenza”.

“Abbiamo deciso non fare streaming o dirette sui social perché per la preghiera collettiva è importante stare insieme – ha confermato l’imam Abdullah Tchina, del centro islamico di Sesto San Giovanni (Milano) – nei casi eccezionali, come questo del Coronavirus, si seguono però altre normative giuridiche: la salute delle persone e della società è più importante della preghiera collettiva”.

Tanto che l’Associazione Islamica Italiana degli imam ha emanato per l’occasione una ‘fatwa’, ovvero un responso giuridico su questioni riguardanti il diritto islamico o le pratiche di culto, proprio per fare fronte all’emergenza Covid-19.

D’altra parte, ricorda ancora l’imam, “il profeta Muhammad ai tempi della peste ci ha insegnato a non uscire dalla città e non fare entrare altre persone da fuori per evitare il contagio. Alla mia comunità ricordo che questa non è una maledizione di Dio, è una malattia che deve essere curata adeguandosi alle ordinanze delle istituzioni, punto e basta. Noi cerchiamo di curare l’aspetto sociale psicologico delle persone, religioso per affrontare insieme questa crisi”.

E infatti per non abbandonare le loro comunità sono tanti gli imam che non potendo pronunciare il loro sermone nella preghiera del venerdì, tengono su Facebook delle “lezioni, per essere vicini ai fedeli, per informarli, rinnovare la loro fede e incoraggiarli”.

Per Tchina questa quarantena sarà “un’occasione per invitare la comunità a partecipare a ciò che fa bene alla società come ad esempio donare sangue e fare donazioni a enti di ricerca, aiutare anziani e i più deboli anche solo con la spesa e le medicine, un momento per sentirsi più cittadini e parte integrante della società”, ha concluso l’imam che si dice anche preoccupato anche per l’avvicinarsi del Ramadan: “un momento di alta spiritualità per noi, che ha la sua bellezza proprio nel ritrovarsi insieme per la preghiera, se le ordinanze saranno ancora attive non potremo fare nulla, certo è doloroso ma è una situazione dolorosa per tutti, dobbiamo accettare questo momento e accettare le ordinanze”.

(di Giulia Costetti/ANSA)