E’ morta Lucia Bosè, attrice amata da Visconti e Antonioni

Lucia Bosè in una foto foto pubblicata sull'account twitter del figlio Miguel Bosè.
Lucia Bosè in una foto foto pubblicata sull'account twitter del figlio Miguel Bosè. TWITTER MIGUEL BOSE'

ROMA. – L’ultima volta che in Italia abbiamo avuto la fortuna di vederla è stata alla Festa del Cinema di Roma 2019 e, pochi giorni prima, alla Casa del Cinema per un festival iberoamericano. Minuta ed elegante, col vezzo dei capelli virati al blu di Prussia, disponibile e curiosa, non parlava troppo volentieri del suo passato.

Lucia Bosè – morta a 89 anni a Segovia, secondo i media spagnoli, vittima di una polmonite – mostrava piuttosto un’insaziabile passione per quel cinema che due volte aveva sedotto e abbandonato, per i nuovi talenti, per il documentario.

Era stata una diva amatissima e distante, ma si preoccupava di più di mostrare il suo lato sorridente e amichevole con cui, pian piano, aveva ritrovato la sua natura più autentica. Le piaceva parlare d’arte, di libri letti, di persone normali incontrate e diventate amiche, anche quando si chiamavano Picasso o Visconti.

Non è facile fissare un’immagine di Lucia Bosè, specie per chi non ha avuto la fortuna di vivere la dorata stagione in cui, da ragazzina spensierata a commessa di pasticceria nella sua Milano, si trasformò in popolare star di Cinecittà grazie all’inattesa partecipazione al concorso per Miss Italia 1947. Vinse, nonostante fossero arrivate in finale concorrenti come Gianna Maria Canale e Gina Lollobrigida (seconda e terza), Silvana Mangano e Eleonora Rossi Drago.

Al negozio l’aveva notata Luchino Visconti, avrebbe dovuto interpretare “Riso amaro” con Giuseppe De Santis, ma la famiglia si oppose considerando il ruolo sconveniente e il suo posto venne preso proprio dalla Mangano. Testardo, il regista la richiamò per “Non c’è pace tra gli ulivi” (1950) e poi per “Roma ore 11”.

Ma è stato Michelangelo Antonioni a farne un’attrice versatile e “diversa” dalla tradizione neorealista prima con “Cronaca di un amore” (sempre del 1950) e poi con “La signora senza camelie” (1953). E questo le costò l’amicizia di Visconti che pur essendo stato il suo primo pigmalione, non la chiamò mai più.

Invece il cinema italiano la portò alla ribalta con ruoli sempre diversi, compresa la commedia, mentre nella vita privata i rotocalchi le attribuivano infiniti flirt e le dedicavano copertine. Il suo tumultuoso fidanzamento con Walter Chiari durò finché, arrivata in Spagna per un film di Luis Berlanga (“Gli egoisti”, 1955) la sua vita cambiò.

Era ormai una diva internazionale, lavorava con Cocteau e Buñuel, parlava il francese, aveva affinato una recitazione straniata e segreta che la vedeva rivaleggiare con Silvana Mangano. Ma a Madrid, a una cena, conobbe il torero Dominguin che sposò nello stesso 1955.

Un matrimonio d’amore e passione che le regalava tre figli (il notissimo Miguel, Lucia e Paola) ma la privava del set. Da vero padre-padrone il torero più famoso di Spagna le impose infatti la chiusura della carriera artistica. Dopo più di dieci anni la loro unione finì tempestosamente e Lucia ritrovò il piacere del cinema. Fu il più matto dei registi di quella generazione, Pedro Portabella, a offrirle una seconda chance con “Nocturno 29”.

A richiamarla in Italia furono i Fratelli Taviani (“Sotto il segno dello scorpione”) e Federico Fellini (“Satyricon”), entrambi nel 1969. Si può anzi dire che la misteriosa e solitaria matrona inventata per lei dal Grande Riminese rimane un’icona scolpita, il segno di una nuova maturità artistica.

Da allora la carriera di Bosè sembra più dettata dalla curiosità e dall’amicizia che dalla ricerca del successo: la chiamarono Bolognini (con cui lavorò tre volte), Cavani, Duras, ma anche il genio dei costumi Beni Montresor, l’esordiente Carlo Tuzii, Giulio Questi, Jeanne Moreau.

Fino all’incontro con Francesco Rosi che la volle Placida Linero nel suo “Cronaca di una morte annunciata” (1987). Era una sorta di addio al cinema, interrotto poi da sporadiche apparizioni (perfino nella serie tv “Capri 3”), sempre doppiata nei suoi lavori italiani, gran dama in “Harem Suare” di Ozpetek, raffinata aristocratica in “I vicerè” di Faenza.

La luce che si è spenta oggi brillava però in ogni sua apparizione: veniva dagli occhi accesi da passioni improvvise e private malinconie; sgorgava da un corpo minuto ma pieno di energia, si tingeva della sua voce calda dalle inflessioni spagnole sempre più marcate. Del resto, dopo il matrimonio, era diventata cittadina spagnola e nella “sua” Segovia ha voluto congedarsi, in silenzio ancora una volta.

(di Giorgio Gosetti/ANSA)