La lunga e asimmetrica “guerra” del chavismo contro “l’Impero”

CARACAS.- L’inizio della “guerra” del chavismo contro “l’impero”, ovvero gli Stati Uniti, che due settimane fa ha schierato di fronte alle coste venezuelane una nave per frenare il traffico di droga, risale a circa 15 anni fa, quando il defunto presidente Hugo Chávez si dichiarò socialista.

“Allora se non è il capitalismo (la strada da seguire) cos’è? Io non ho dubbi. È il socialismo”, affermava nel 2005. E prometteva che “la rivoluzione ‘bolivariana’ sarà sempre più socialista e antiimperialista”.

Da allora in poi gli scontri diplomatici e gli attacchi verbali contra il “potere imperiale” non si sono più fermati. E neanche è stato mai interrotto l‘interscambio commerciale e il flusso di petrolio verso la potenza del Nord.

La Rivoluzione Bolivariana diventa socialista

Arrivato al potere nel 1998 con una “Agenda Alternativa Bolivariana” che prometteva una maggiore democrazia e la lotta alla povertà, l’ex presidente sopravvive a un “putsch” militare nel 2002. L’anno seguente la rivoluzione “sventola la bandiera antimperialista per rispondere alle aggressioni dell’impero”. Poi quella socialista e pian piano abbraccia la rivoluzione cubana e il suo leader Fidel Castro.

Ora Cuba non è più la “dittatura” come la considerava Chávez prima. È “il mare della felicità” da imitare. Castro diventa il “Comandante supremo” della rivoluzione e la guida politica dell’allora tenente colonello, che arriva a ipotizzare anche una fusione dei due paesi.

“Noi (Cuba e Venezuela) siamo una sola nazione… nel fondo siamo un solo Governo”, azzarda, mentre la bandiera cubana sventola già nelle manifestazioni in piazza, organismo pubblici e persino nelle caserme.

La spada di Bolívar 

Adesso, per l’ex paracadutista, l’imperialismo è il “male dell’umanità” in terra e pure nello spazio:

“Forse su Marte c’era una civiltà. Forse è arrivato là il capitalismo, l’imperialismo e ha distrutto il pianeta”.

E lo ritiene un “nemico” da sconfiggerete con “l’unione dei popoli”.

Accarezza l’idea di esportare la rivoluzione in America Latina. È il suo grido di guerra: “Allerta, allerta! La spada di Bolívar (Simón, eroe nazionale) avanza in America Latina”.

Si fondano i “circoli bolivariani” incaricati di propagandare il Socialismo del secolo XXI dentro e fuori il Paese. Da Caracas arrivano finanziamenti ai partiti e ai movimenti di sinistra nella regione.

“Io sono solo un soldato della rivoluzione”, dichiarerà nel 2008 Guido Antonini Wilson dopo essere stato “beccato” con una valigia carica di dollari. 800mila, ad essere precisi. Lo scopre una giovane poliziotta di frontiera, all’aeroporto di Buenos Aires. Erano destinati alla campagna di Cristina Kitchener.

I suoi rivali politici dentro e fuori il Paese diventano “nemici pitiyanqui”, “lacchè” o “cuccioli dell’impero”. Così capita di sentirsi dire a Vicente Fox di Messico, Alejandro Otero di Perú e Oscar Arnal di Spagna, fra altri.

La guerriglia colombiana delle FARC e l’ELN per Chávez “non sono gruppi terroristi”, ma “vere forze insorgenti con un progetto politico bolivariano”. Ne chiede il riconoscimento internazionale.

La Rivoluzione si arma

 

“La rivoluzione è pacifica ma armata”, piaceva dire a Chávez. E arma le Forze Armate con tecnologia russa e cinese. Venezuela acquista 11 miliardi di dollari in armi alla Russia tra il 2006 e il 2012. Diventa il suo primo cliente in America Latina e quarto nel mondo, informa la agenzia russa Ria Novosti.

Man mano arrivano al paese aerei Su-30MK, carri armati T-72, lancia missili S-300, elicotteri Mi-17, Mi-26 y Mi-35M, veicoli da combattimento, artiglieria BMP-3, auto blindate anfibie BTR-80, e fucili Kalashnikov.

Maduro continua poi l’acquisto di armi in Cina che nel 2016 diventa il suo primo fornitore e paradossalmente compra agli Stati Uniti bombe, granate, missili, siluri e proiettili per 2,3 milioni di dollari, rivela il “Centro de Comercio Internacional”.

“Fuori Yankees”

Chávez pone fine alla cooperazione antidroga con la DEA. e alla cooperazione militare con gli Usa. Poco dopo espelle l’Aggregato navale dell’Ambasciata americana a Caracas e poi nel 2008 manda via l’ambasciatore Patrick Duddy.

“Andatevene a f…., yanke di…, questo è popolo con dignità. Andatevene a f… 100 volte”, esclama in una piazza gremita.

Nei programmi domenicali trasmessi a rete unificata dal 1999 al 2012, Chávez spara sistematicamente i suoi proiettili contro i governanti americani e i loro “servi pitiyankee” dell’opposizione. Li accusa di cospirare.

“Se un giorno ti salta in testa di invadere Venezuela, ti aspetto in questa pianura Mr. Danger. Codardo, assassino…. Sei un alcolico, sei un ubriaco, sei un immorale. Sei un uomo malato psicologicamente, sei un asino Mr. Danger” inveisce. contro George Bush.

I suoi dardi non risparmiano nemmeno Barack Obama.

“Sei un falso, smettila di attaccare il Venezuela”, esige nel 2009.

Più avanti, nel 2018, sarà poi Maduro a scacciare dal paese all’Incaricato d’Affari dell’Ambasciata americana in Venezuela, Tood Robinson.

Quello stesso anno, la tensione politica sale quando Russia manda due bombardieri a Caracas per partecipare a manovre militari del Venezuela, ma si affretta a ritirarli dopo le proteste degli Stati Uniti.

La turbolenta relazione fra i due paesi arriva finalmente alla rottura totale nel marzo del 2019 da parte di Maduro, ma la Casa Bianca non lo riconosce più come presidente del Venezuela (insieme a una cinquantina di paesi) per elezioni ritenute fraudolente.

Manifestazioni e pannocchie

Le manifestazioni antimperialiste, divenute consuetudinarie nel paese, prendono di mira nel 2015 la legge di “Emergenza Nazionale” firmata da Obama che dichiara al Venezuela una “minaccia insolita e straordinaria” per la sicurezza degli Stati Uniti. Ne chiedono la deroga con una campagna di raccolta di firme e lo slogan “Repeal the executive order”.

Come ogni anno si realizzano manovre militari “di difesa” e per ben due volte sono mossi battaglioni dell’esercito alla frontiera con Colombia, accusata di servire da base per una ipotetica invasione americana.

In questi esercizi militari partecipano anche migliaia di “miliziani”, molti di loro di avanzata età e malnutriti, che fanno fatica a portare un fucile, marciare o salire sui camion. A volte svengono sotto il sole, video e foto che circolano delle reti social li mostrano stanchi e affaticati.

In questa lotta permanente, i dirigenti “chavistas” fanno a gara a chi minaccia di più gli Stati Uniti.

“É probabile che (i marines) entrino nel Venezuela, il problema loro sarà uscirne perché ci trasformeremo in uno e mille Vietnam per difendere la nostra patria”, avverte Diosdado Cabello, secondo uomo al potere.

“Siamo un popolo organizzato e mobilizzato, faremo mordere la polvere della sconfitta” al nemico, scrive Maduro sul twitter.

C’è pure chi la spara più grossa:

“Se viene un nemico ad attaccarvi, prendete un mucchio di pannocchie, mettetele nelle ruote dei carri armati e stiate sicuri che non  avanzeranno più, lanciatele nelle turbine degli aerei e non accenderanno più, sbattetele in testa o infilatele in un occhio ed almeno rimarrà un po’ accecato e non potrà venire a fregarci”, assicura il ministro dell’agricoltura, Casto Soteldo.

Qualcuno però mantiene i piedi per terra:

“Gli Stati Uniti sono una potenza, sarebbe una pazzia, un suicidio, pretendere uno scontro con una potenza di quella portata”, giudica il dirigente chavista Freddy Bernal, mentre comanda una mobilizzazione di truppe lungo frontiera con Colombia.

“Maduro ricercato”

La battaglia tra i due paesi si intensifica dal 2014 in poi, con l’imposizione di sequestro di beni dello Stato e di sanzioni del Dipartimento del Tesoro, il Dipartimento di Stato e la Casa Bianca contra funzionari del governo per violazioni ai diritti umani e corruzione. Le sanzioni includono il sequestro dei beni, la revoca della visa, il divieto di viaggi a funzionari del governo negli Stati Uniti. Colpiti dalle sanzioni fino ad oggi sono 117 alti funzionari, includendo Maduro e 76 aziende private.

Con Trump arriva una escalation delle sanzioni contro il Venezuela. Colpiscono i buoni del debito pubblico e la holding petrolifera nazionale Pdvsa. Venezuela non è più lo storico rifornitore di greggio degli Stati Uniti

Il colpo grosso arriva lo scorso 26 marzo quando il Procuratore degli Stati Uniti  William Barr, presenta accusa formalmente di “narcoterrorismo”, traffico d’armi e corruzione contro il presidente Maduro e 13 alti funzionari.

C’è anche una taglia di 15 milioni di dollari per chi fornisce dati che conducano alla sua cattura, e ricompense di 10 milioni per Cabello ed altri dirigenti.

Maduro è accusato di “associazione narcoterrorista con le Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia (FARC)” e di comandare il “Cartel de los Soles”.

Armata Brancaleone o furia bolivariana?

Con una taglia sulla sua testa, Maduro minaccia con scagliare la “furia bolivariana” contro l’opposizione dentro e fuori dal paese per difendersi contro un eventuale attacco.

“Siamo preparati a tutto, abbiamo piani d’ azione per tutti gli scenari. Se un giorno l’imperialismo e l’oligarchia colombiana si azzardassero a toccarci un solo capello preparatevi alla furia bolivariana. Vi spazzerebbe via a tutti dentro ed oltre i confini. Non toccate il popolo di Bolívar. Sappiamo combattere”, avverte.

Le immagini di generali, goffi “miliziani” ed incidenti in manovre militari hanno creato nelle menti di molti venezuelani l’idea di un esercito poco preparato, simile a una “Armata Brancaleone”.

Proprio il giorno dell’annuncio della taglia su Maduro, una nave della guardia costiera è andata a sbattere contra una nave da crociera portoghese ed è affondata.

Guerra asimmetrica di resistenza?

Cosciente della abissale differenza di forza con gli Stati Uniti, fin dal principio Chávez adottò il concetto di “guerra asimmetrica” (del politologo spagnolo Jorge Vertsynge). E cioè della guerra di guerriglia o di resistenza, per far fronte a un confronto bellico contra una potenza superiore come quella americana.

Le Forze Armate sono state ristrutturate e allargate con un corpo di riserva e “milizie civili”, allenate per resistere a un nemico superiore in quantità ed equipaggiamento.

Con 150.000 uomini nelle Forze Armate (stando alla Ong Control Ciudadano), Venezuela impallidisce di fronte al milione 300 mila soldati americani con armi di ultima tecnologia, ma dispone di un milione di miliziani e gruppi armati irregolari propri ed alleati di cui non si conosce la potenzialità per un’azioni di resistenza, terrorismo o sabotaggio.

L’ “International Crisis Group” ha identificato quattro gruppi armati che operano in 13 dei 24 stati del paese, appartenenti alle Farc, l’ELN e ELP colombiano più i “colectivos” paramilitari “chavistas” e paramilitari.

Ci sarebbero poi circa “22mila cubani presenti specialmente all’interno dei servizi di sicurezza… per azioni di repressione, oppressione, intelligenza e tortura”, denunciati dal segretario generale della Organizzazione di Stati Americani (OSA); Luis Almagro.

Inoltre John Obdola, presidente della Organizzazione per la Sicurezza e Intelligence (IOSI) sostiene che in Venezuela ci sarebbero 18.000 membri dell’Hezbollah, 3000 di Hamas y 1500 della Rivoluzione iraniana vicini al governo.

Assicura che si è scavata una rete di 17 chilometri di tunnel a Caracas da adoperare come vie di fuga, magazzino di armi ed alloggio di combattenti. Poi esisterebbero, secondo la IOSI, basi lancia-missili. Ma queste sono informazioni difficili se non impossibile da verificare.

Flotta a strisce e stelle

Dal canto suo, gli Stati Uniti hanno aumentato il numero delle basi militari in Colombia, Brasile e nei Caraibi. La mobilizzazione militare degli Stati Uniti arriva accompagna da una proposta politica per un governo di transizione ed elezioni libere, a cambio dell’annullamento delle sanzioni al regime di Maduro.

Mentre, i venezolani stando alle prese con una grave crisi economica, il caos di servizi pubblici (acqua, luce e gas) e la quarantena per il coronavirus, hanno ben altre preoccupazioni e combattono la propria battaglia quotidiana per la sopravvivenza, incuranti dell’improbabile invasioni “nemica”.

Roberto Romanelli