Facebook trema, Coca Cola si unisce al boicottaggio

Tre classiche bottiglie di Coca-Cola
Tre classiche bottiglie di Coca-Cola. EPA/MARISCAL

WASHINGTON. – All’inizio erano solo piccole imprese, decine di aziende locali, una galassia di inserzionisti delusi da un mondo dei social troppo timido nel denunciare e combattere odio e razzismo all’interno delle proprie piattaforme. Poi, dopo lo tsunami di proteste seguito alla morte di George Floyd, il vero decollo della campagna di boicottaggio ‘Stop Hate for Profit’, a cui hanno cominciato ad unirsi big del calibro di Unilever, Verizon, Honda, Levi Strauss, North Face, Patagonia, fino all’adesione della multinazionale delle multinazionali, la Coca Cola.

Il colosso mondiale delle bollicine ha annunciato che a partire dal primo luglio sospenderà, almeno per un mese, tutta la pubblicità su Facebook, Instagram, YouTube, Twitter e altre piattaforme social. “Non fate abbastanza”, è l’accusa che tutti muovono soprattutto ai vertici di Facebook, finiti sotto un fuoco di fila di polemiche per l’atteggiamento giudicato ‘pilatesco’ del guru Mark Zuckerberg.

Non è infatti andata giù la decisione iniziale di ‘Zuck’ di prendere le distanze da Twitter e di non rimuovere o segnalare alcuni tweet controversi targati Donald Trump, quelli sulle proteste che hanno invaso le strade d’America. Ma il fondatore di Facebook non aveva fatto i conti con l’eco enorme del caso Floyd e di un movimento contro l’odio e la violenza razziali che ha assunto una portata mondiale e che ha finito per decretare il successo della campagna di boicottaggio promossa da tante organizzazioni per la difesa dei diritti civili, dalla la National Association for the Advancement of Colored People alla la Anti-Defamation League, passando per il gruppo Color of Change.

Il colpo per Facebook può essere durissimo. Coca Cola e Verizon hanno speso lo scorso anno in pubblicità social oltre 22 miliardi di dollari a testa, il gigante anglo-olandese Unilever oltre 42 milioni, Honda America 6 milioni, mentre i jeans Levi’s hanno sborsato 2,8 milioni. E poi, sempre nel mondo dell’abbigliamento sportivo, Lululemon (1,6 milioni di dollari), Patagonia (6,2 milioni), The North Face (3,3 milioni).

Zuckerberg ha tentato di difendersi e, per fermare la fuga delle pubblicità, ha ora annunciato che Facebook inizierà a ‘etichettare’ e segnalare tutti i post che includono informazioni legate alle elezioni con un link, allo scopo di incoraggiare gli utenti a verificare i fatti. Inoltre arriveranno anche una stretta su un ampia categoria di contenuti d’odio e il bando degli spot che identificano una razza, una etnia, un orientamento sessuale o un genere come un “pericolo”.

“Non c’è alcuna eccezione per la politica in nessuna delle azioni che sto annunciando”, ha assicurato. Ma Zuckerberg sta gia’ pagando le conseguenze di una campagna di boicottaggio senza precedenti. Ha infatti visto chiudere la settimana di contrattazioni a Wall Street con un crollo del titolo di Facebook dell’8,3%, pari a una perdita di 56 miliardi di dollari di valore di mercato.

Risultato: ‘Zuck’ è oggi più ‘povero’ di 7 miliardi di dollari, essendo il suo patrimonio personale sceso a 82,3 miliardi. Senza contare poi il danno di immagine, con lo scivolone (secondo il Bloomberg Billionaires Index) dal terzo al quarto posto nella classifica dei Paperoni, superato dal re del lusso Bernard Arnault che lo sostituisce sul podio al fianco di Jeff Bezos e Bill Gates.

Intanto il gruppo francese L’Oreal, gigante dei cosmetici, ha deciso di eliminare dai contenitori dei prodotti per la pelle parole come “sbiancante”, nel quadro delle iniziative mondiali contro il razzismo.

(di Ugo Caltagirone/ANSA)