Cap-Parigi, Apollonio: “Un esperimento replicabile”

Il presidente del Cap-Parigi, Luigi Apollonio

MADRID – “L’obiettivo del Cap, il ‘Coordinamento delle Associazioni di Professionisti Italiani a Parigi’, è duplice. Da un lato, fare ‘Sistema Italia’ con le nostre istituzioni, le nostre imprese e gli italiani che vivono a Parigi; dall’altro, valorizzare le risorse del nostro paese. In sostanza, il Cap aspira a recensire gli italiani che lavorano in Francia. In particolare, quelli di nuova mobilità per accrescere la loro visibilità in ambito professionale, scientifico e culturale. Inoltre, con il supporto del Comites di Parigi, intende creare sinergie con gli esponenti dell’emigrazione tradizionale, favorendo nuove occasioni di scambio e collaborazione”. Luigi Apollonio, presidente del Cap, snocciola con prudenza, ma senza esitazione, gli obiettivi principali dell’associazione nata a febbraio del 2019.

Spiega che il Cap è il frutto di una felice coincidenza: una Console Generale, Emilia Gatto, assai sensibile alle problematiche della nuova emigrazione e alla quale Apollonio è assai grato; una Ambasciatrice, Teresa Castaldo, che ha capito le potenzialità dei giovani professionisti residenti in Francia; un presidente del Comites, Vincenzo Cirillo, particolarmente ricettivo a qualunque iniziativa volta a valorizzare la Collettività; e un Direttore Generale per gli Italiani all’estero della Farnesina, Luigi Maria Vignali, che ha colto immediatamente l’importanza di uno strumento come il Cap. Così racconta alla “Voce” la gestazione dell’Associazione che presiede:

– Il “Coordinamento delle Associazioni dei Professionisti Italiani a Parigi” è nato nel febbraio del 2019 su iniziativa della Console Generale Gatto. Colgo l’occasione che mi offre il Giornale per ringraziare il supporto che ci è stato offerto dall’Ambasciatrice, Castaldo, dal presidente del Comites, Cirillo, e dal Direttore Generale degli Italiani all’Estero della Farnesina, Vignali. Un grazie speciale va alla Console Generale per la sua collaborazione. Senza di lei questo progetto non sarebbe mai nato. Ci ha aiutato a redigere lo statuto, trascorrendo serate intere insieme a noi. Ci ha aiutato a superare i problemi tecnici via, via che si presentavano. Chi altri l’avrebbe fatto?

 

CAP, verso una rete di professionisti

Commenta che nel primo anno di attività, Il Cap si è dedicato a mettere in rete il centinaio di eventi “organizzati dalle 10 associazioni fondatrici”. E ha costruito “un dialogo privilegiato con tutti i rappresentanti delle istituzioni italiane a Parigi”.

– Il nostro è un esperimento pilota – commenta. Le sue parole tradiscono un legittimo orgoglio. Prosegue:

L’Assemblea Costituente del Cap

– L’obiettivo è utilizzare le associazioni delle università italiane, dei laureati, dei professionisti, per fare “squadra Italia”. Il ministero degli Esteri starebbe pensando di replicare questo schema in altri paesi in Europa e nel resto del mondo, là dove la comunità italiana è molto presente. Quindi, Stati Uniti, Canada Brasile, Argentina, Venezuela, Germania, Spagna, Inghilterra ecc. Il nostro, – afferma convinto -, è un progetto importante per l’Italia. Con una rete di associazioni di professionisti presenti nel mondo, si costruirebbe un network infinito di persone. Si vorrebbe istituire un album presso il ministero dell’Istruzione e della Ricerca Scientifica e quello degli Esteri, così da sapere dove sono i ricercatori italiani nel mondo e cosa fanno. In sintesi, si tratterebbe di una mappatura.

Aggiunge che il Cap ha sviluppato “legami molto intensi con i membri del Comites di Parigi”.

– Abbiamo creato – ci dice – interessanti occasioni di incontro tra esponenti della nuova mobilità e rappresentati dell’emigrazione tradizionale.

– Cosa intendi per nuova mobilità? Alla fine, nuova o vecchia, si parla sempre di immigrazione.

– È vero – ammette senza impaccio – si dovrebbe parlare di immigrazione, sia essa vecchia o nuova. D’altronde siamo tutti italiani nel mondo. Lo è chi è venuto in Francia per ragioni di studio, di ricerca, di amore. E lo è chi è venuto perché spinto da necessità. Ognuno ha la sua storia. Dobbiamo fare squadra, fare sistema, fare comunità. Il ministero degli Esteri, però, preferisce parlare di nuova mobilità.

 

Un universo di migliaia di professionisti

Racconta che fu coinvolto nel progetto, che ha preso poi il nome di Cap-Parigi, dalla Console Generale, Emilia Gatto. Apollonio rappresenta dal 2013 l’Associazione degli Alunni dell’Università Luiss di Roma, a Parigi. Un universo di circa 300 laureati. Non c’era, quindi, candidato migliore a presiedere un’associazione progettata per accogliere i tanti professionisti italiani residenti nella regione di Parigi. Afferma:

L’Ambasciatrice Teresa Castaldo

– Le 10 associazioni che hanno fondato il Cap sono: Alunni “Bocconi” Parigi, Alunni “Luiss” Parigi, Alunni “Politecnico di Milano” Parigi, Alunni “Politecnico di Torino” Parigi, Alunni “SciencesPo” e Alunni “Scuola Leonardo da Vinci” Parigi; “Reseau Des Chercheurs Italiens en France”; “Donne Italiane Rete Estera”; “Italian Executives in Paris” e ”Association des Dirigeants Italiens en France”. Il Comites di Parigi è nostro Socio Fondatore Onorario.

– Quali sono stati i primi obiettivi del “Coordinamento”?

– Innanzitutto, allargare il Cap ad altre realtà di professionisti italiani a Parigi – afferma -. Quest’anno abbiamo avuto l’adesione dell’“Associazione degli Alunni dell’Università degli Studi di Milano” a Parigi, l’“Associazione dei Medici Italiani a Parigi” e l’”Associazione degli Psicologi Italiani in Francia”. Stiamo in conversazione con gli avvocati, gli architetti, gli ingegneri. E speriamo di avere anche l’adesione dei rappresentanti di tutti i funzionari italiani nelle agenzie internazionali. Ovvero, Unesco, Ocse ed Esa. In sostanza, quindi, il Cap si presenta come una sorta di associazione di secondo livello – precisa -. Cerca di mettere in contatto i professionisti e le associazioni italiane presenti in Francia, ognuna ovviamente conservando la propria autonomia e le proprie caratteristiche. Si tratta di fare gioco di squadra con il Comites.

– In altre parole, siete una federazione…

– Sì, siamo una Federazione delle associazioni di professionisti…

– Numericamente, in quanto stimate il volume dei soci?

– Le 13 associazioni rappresentano un bacino stimabile in almeno tre mila professionisti italiani residenti nella sola regione di Parigi. Ci sfugge quanti possano essere i professionisti italiani in altre città. Da qui il nostro interesse a creare “antenne” a Lione, Bordeaux, Lille, Marsiglia, Nizza..

 

Un livello d’istruzione altissimo

Un immenso tesoro, un valore aggiunto che l’Italia, fino ad ora, non ha saputo valorizzare del tutto e che rischia di perdere.

–   Nel corso di un nostro evento – racconta Apollonio -, abbiamo realizzato un sondaggio tra circa 200 associati. È risultato che l’età media dei professionisti italiani in Francia è di circa 42 anni e sono residenti nel Paese da circa 12 anni. Gli occupati sono l’80% mentre il resto sono studenti, in cerca di occupazione oppure pensionati. Proseguiamo: il 54% degli associati consultati sono donne e il 46% uomini; il 75% è iscritto all’Aire. Il loro livello d’istruzione è altissimo: il 12% ha un PhD, il 40% un master, il 38% una laurea e il 10% la maturità.

La Console Generale Emilia Gatto

– Quindi è un fenomeno ancor più interessante se proiettato a livello europeo…

– A Parigi, i connazionali iscritti all’Aire sono circa 160, 170mila – commenta -. Quello che ho illustrato, quindi, è un campione piccolo e sottostimato.  Il Cap non riesce a raggiungere tutti i professionisti italiani in Francia. Siamo partiti da poco. Abbiamo fatto tanto, ma c’è ancora molto da fare. Su 160mila iscritti all’Aire, possiamo calcolare facilmente 20 o 30mila professionisti. Dal nostro sondaggio è anche emerso che solo il 14% desidera rientrare in Italia, il 31% vuole restare in Francia perché si trova bene e il 55% non sa cosa farà in futuro. Chi non pensa di tornare in Italia considera che la Francia offre maggiori opportunità di business e di crescita personale. Soprattutto per quanto riguarda la carriera e le remunerazioni. Conosco medici che hanno 31, 32, 33 anni. Operano e sono brillanti primari in ospedali. Un mio caro amico a 33 anni fa trapianti di polmoni. Ci rendiamo conto? A 33 anni, in Italia, probabilmente non ti fanno usare neanche una siringa. Comunque, l’Italia s’è accorta che i cervelli in fuga sono tanti. E oggi si offrono incentivi fiscali per il contro-esodo.

Il Direttore Generale per gli Italiani all’estero della Farnesina, Luigi Maria Vignali

– Com’è nata, tra voi professionisti, questa necessità di riunirvi, di incontrarvi?

Fa memoria. Spulcia tra i ricordi in un rapido viaggio al passato.

– Sono presidente dell’associazione degli alunni della Luiss dal 2013 – ci dice -. Già allora, si organizzavano eventi. Ci vedevamo, ci sentivamo, organizzavamo aperitivi, bicchierate, partite a calcetto. Anche se in maniera molto informale, già esisteva un coordinamento. Certo, non era focalizzato. La nostra sfida, ora, è di allargarlo. Un ingegnere che ha studiato a Bari o un avvocato che si è laureato a Napoli… perché non coinvolgerli in questa iniziativa? Secondo me dobbiamo dare a tutti l’opportunità di aderire…

– Qual è la reazione della società francese nei confronti di questa nuova immigrazione italiana? Il giovane che viene dall’Italia riesce a inserirsi nella società francese o ha difficoltà?

 

Fondamentale parlare francese

Apollonio è arrivato in Francia circa 14 anni fa, quando la francese BNP Paribas acquistò BNL e decise di chiudere l’ufficio nel quale lavorava. Gli offrì, però, la possibilità di trasferirsi nella sede francese. Apollonio confessa che non ci pensò due volte. Oggi riconosce che è stata “un’esperienza bellissima perché i francesi insegnano a lavorare con metodo, disciplina, rispetto delle regole, pianificazione e programmazione”. Quando commenta che il principale scoglio è la lingua, lo fa con cognizione di causa. Assicura che “conoscere l’inglese non è sufficiente per cavarsela”.

Il presidente del Comites Parigi, Vincenzo Cirillo

– Ti parlano in francese e solo in francese – precisa -. Se tu non ti esprimi, in maniera più o meno corretta, parti male. Ad esempio, se nei negozi non saluti, semplicemente non ti considerano. Quando entri devi dire, “Bonjour Monsieur”. Prima cosa, quindi, la lingua. Seconda cosa, il costo della vita. In Francia è molto alto. Lo è perché lo sono anche gli stipendi. Pensa che un monolocale in affitto di 15 o 20 mq, a Parigi, non si trova a meno di mille euro al mese.  Acquistare una casa, poi, è quasi impossibile. La nostra rivalità con i francesi è il terzo ostacolo. In fondo, competiamo con gli stessi prodotti. Ad esempio, nel settore alimentare, i vini e formaggi, in quello automobilistico, del lusso e così via. C’è un rapporto di ammirazione, ma anche di sfida. In Francia amano l’Italia tanto quanto la temono. I francesi fanno sistema. Dobbiamo imparare da loro.

– Questo desiderio di far rete, di costituire associazioni di professionisti non potrebbe trasformarsi in una forma di ghettizzazione?

– No – esclude a priori – gran parte dei professionisti italiani sono occupati in aziende francesi. Ad esempio, io lavoro in una banca francese. Attorno a me ho solo francesi. Non mi sento ghettizzato. Anzi, faccio da ponte di collegamento tra Italia e Francia. Siamo gli ambasciatori del “Made in Italy” in Francia.

Pensare in ottica europea

La covid-19 ha paralizzato il mondo. Si stenta ad uscire dall’incubo della pandemia. Tante le iniziative bloccate da una nuova realtà che non riusciamo a metabolizzare; tanti i progetti interrotti o rimandati.

Camera dei Deputati, l’intervento di Luigi Apollonio

– Cos’ha in programma il Cap, dopo la pausa estiva e pandemia permettendo? Cosa bolle in pentola?

– A novembre dovremmo organizzare il nostro consueto evento annuale sulle eccellenze universitarie italiane – informa -. Le università italiane si presentano agli studenti delle scuole e dei ginnasi francesi di Parigi. In programma, poi, c’è un incontro tra i ricercatori per parlare delle agevolazioni fiscali per il contro-esodo. Aspiriamo anche ad organizzare un evento con i funzionari dell’Ocse. Ci hanno commentato che le imprese italiane manifestano poco interesse per gli appalti dell’Ocse. Non partecipano. È nostra intenzione spiegare agli italiani come si partecipa alle gare degli organismi internazionali. Se ci riusciamo, tra i nostri progetti c’è anche quello di creare una specie di “Fiera di Lavoro”. Si tratta di mettere in contatto aziende, italiane e francesi che cercano personale con determinate caratteristiche, con nostri giovani diplomati e laureati. Le aziende lo fanno spesso.

Commenta che recentemente, invitato dalla Commissione Affari Esteri della Camera a dare la sua testimonianza nell’ambito di un ciclo di incontri della Commissione Bicamerale per gli italiani nel mondo, ha riscontrato capacità di ascolto nelle nostre istituzioni.

– Penso che contenitori come il Cap – aggiunge – possano raccogliere le istanze della comunità e veicolarle al legislatore. Noi non organizziamo solo aperitivi. Facciamo anche incontri ad altissimo livello. Abbiamo aperto un dialogo con il Parlamento italiano. Senza il Cap non sarebbe mai stato possibile.

Per concludere, afferma:

– Sono in Francia da 14 anni e ti confesso che non so se tornerò in Italia. Penso che dobbiamo imparare a ragionare in ottica europea. Per me non fa molta differenza stare a Parigi o a Milano. È vero che l’Italia, con l’emigrazione di professionisti, ha perso risorse che ha formato ma lo è anche che le ha messe a disposizione della Comunità Europea.

Confessa che è desiderio del Cap realizzare una mappatura dei professionisti in Francia ed allargare l’iniziativa all’Europa. Un progetto ambizioso che va incoraggiato.

Mauro Bafile