Louise Gluck, il Nobel alla poesia della solitudine

Louise Glueck , vincitrice del Nobel per la Letteratura 2020, in una foto d'archivio.
Louise Glueck, vincitrice del Nobel per la Letteratura 2020, in una foto d'archivio. EPA/SHAWN THEW

ROMA. – Riservata, poco favorevole alle apparizioni in pubblico, solitaria, la poetessa Louise Gluck, Premio Nobel per la Letteratura 2020, è molto famosa in America dove ha vinto il Premio Pulitzer nel 1993, il National Book Award nel 2014 e nel 2003 è stata insignita del titolo di Poeta Laureato, ma per i lettori italiani è un po’ un’impresa riuscire a leggere i suoi libri.

A disposizione ci sono solo due raccolte, una ormai introvabile, pubblicate da piccoli editori e tradotte da Massimo Bacigalupo: ‘L’iris selvatico’ in cui immagina che i fiori parlino a un giardiniere, pubblicata da Giano nel 2003, e ‘Averno’ uscita nel 2019 per la libreria e casa editrice napoletana Dante & Descartes, oggi presa d’assalto.

Alcune sue poesie erano apparse sulla rivista ‘In forma di parole’ tradotte da Bianca Maria Tarozzi. E dopo l’annuncio sui social impazzano le citazioni, ma nel sondaggio lanciato dal Nobel Prize su Twitter l’87% ammette di non aver mai letto i suoi versi.

“La prima cosa che ho pensato: potrò comprarmi una casa in Vermont”, ha commentato a caldo. L’altro pensiero – ha detto la Gluck al telefono con l’Accademia di Svezia subito dopo l’annuncio – è stato ‘come preservare la vita quotidiana delle persone che amo’”.

Il Nobel nell’era Covid, più blindato del solito, è stato un po’ a sorpresa, anche se alla vigilia giravano voci sul fatto che a essere premiata sarebbe stata una scrittrice e probabilmente americana, ma tra i nomi che sono circolati non c’era quello di Louise Gluck, 77 anni, la prima poetessa a vincere il premio dal 1996 quando andò a Wislawa Szymborska. Una poetessa, come si legge nella motivazione, premiata per “la sua inconfondibile voce poetica che con austera bellezza rende universale l’esistenza individuale”.

Originaria di una famiglia di ebrei ungheresi, nata nel 1943 a New York, la Gluck è cresciuta a Long Island e vive a Cambridge. Due matrimoni, ha un figlio che fa il sommelier. In gioventù ha sofferto di anoressia, una malattia che l’ha costretta a lasciare gli studi universitari, ma poi è diventata insegnante di inglese alla Yale University.

“Le mie interazioni con il mondo come essere sociale erano innaturali, forzate, esibizioni, e leggevo con gioia. Beh, non è stato poi così sublime, ho guardato molta televisione e ho mangiato anche molto cibo” raccontava in un’intervista del 2006 in cui diceva di essere una bambina sola.

Il debutto è nel 1968 con ‘Firstborn’ e non ha dovuto aspettare molto per essere riconosciuta come uno dei poeti più importanti della letteratura contemporanea americana. Poi sono arrivate ‘The House on Marshland’ e ‘Descending Figure’. Dodici le sue raccolte di poesia – tra cui ‘Vita nova’ del 1999 che è un esplicito omaggio a Dante – in cui con un linguaggio semplice, diretto, senza abbellimenti, con versi brevi di poche parole, parla della natura, dei miti, dell’infanzia, dei traumi personali, come l’anoressia appunto, della famiglia, del rapporto con genitori e fratelli come la perdita di una sorella quando era molto piccola a cui nel 1990 ha dedicato la poesia ‘Lost Love’ (Amore perduto).

“Mia sorella ha trascorso un’intera vita sulla terra. E’ nata, è morta. Nel mezzo, non uno sguardo attento, non una frase” scriveva. La sua voce poetica è stata paragonata a quella di Emily Dickinson per le raccolte ‘Il trionfo di Achille’ del 1985, e ‘Ararat’ del 1990 oltre che per ‘L’iris selvatico’ dove ha scritto, in uno dei componimenti, ‘Bucaneve’, dedicato alla vita che rifiorisce dopo l’inverno:

“Non mi aspettavo di sopravvivere/la terra mi sopprime. Non me lo aspettavo/di svegliarmi di nuovo, sentire/ nella terra umida il mio corpo/in grado di rispondere di nuovo, ricordando/dopo tanto tempo come rivivere/nella luce fredda/della prima primavera”.

La sua ricerca, sempre con un certo distacco e senza troppo pathos, punta all’universale, nei suoi versi troviamo le voci di Didone, Persefone ed Euridice. ‘Averno’ è tutto giocato sul rapporto madre-figlia basato sul mito di Demetra e Persefone. Gli abbandonati, i puniti, i traditi nei suoi versi sono maschere di un sé in trasformazione e si capisce che ha un background di rapporto con la psicanalisi. E l’11 settembre le ispira il poema ‘October’ che si apre con queste parole: “E’ di nuovo inverno, è di nuovo freddo”.

(di Mauretta Capuano/ANSA)