Il messaggio universale e attuale di Dante Alighieri e della “Divina Commedia”

di   Francesco Filareto

Sorge spontanea, da più parti, la domanda: “Perché Dante Alighieri è percepito come un poeta attuale che sa parlare agli uomini di tutte le nazioni anche in questa epoca così complessa e nonostante che siano trascorsi ben 700 anni dalla sua morte ?”. La risposta è ovviamente molto articolata e non ho alcuna pretesa di essere esauriente.

Il “sommo poeta fiorentino” vive in un’età di transizione tra il Medio Evo, giunto nella fase autunnale (come si esprime lo storico Huizinga) e avviato verso il definitivo tramonto e gli albori della Civiltà Moderna, i cui bagliori si intravvedono in numerosi avvenimenti e fermenti culturali.

La poetica dantesca è speculare di quella epoca storica di passaggio. Ne coglie le numerose peculiarità e varietà, le contraddizioni e i contrasti, gli stati d’animo e le tensioni emotive, le angosce e le speranze: essi sono, in gran parte, le analoghe inquietudini che caratterizzano gli uomini d’oggi, testimoni di un mondo iper-velocizzato, globalizzato, post-industriale, informatico, in bilico tra la sostenibilità e l’innovazione. Età di crisi l’una e l’altra, età neutre che non sono più quelle di prima e non sono ancora quelle di poi: quindi epoche di cambiamenti dall’esito non scontato, non arrestabili e protesi verso le novità. La “Divina Commedia” rappresenta poeticamente gli umori, i principi e i valori, le aspirazioni sia del Medio Evo (la tradizione) e sia dell’Umanesimo-Rinascimento in nuce. C’è in Dante una bi-polarità alla Giano bi-fronte: più visibile quella che volge lo sguardo al passato, più innovativa quella che anticipa e prepara il futuro. Tralascio la prima per ragioni di brevità comunicativa e mi soffermo, sia pure brevemente e non esaustivamente, sull’altra.

E l’altra si può sintetizzare come proto-Umanesimo, ossia prima fase dell’imminente Umanesimo, che dall’Italia ancora una volta (dopo il Primo Ellenismo Magno-Greco, il Romanesimo, il Secondo Ellenismo bizantino) si diffonde in Europa e la contamina in positivo.

Dante esprime il suo vissuto di cittadino e politico: uomo di cultura partecipe della sua Comunità di appartenenza, perciò uomo di parte, con l’amarezza delle ingiustizie subite, con le sue passioni, con le sue speranze; non è astratto e chiuso in una torre di avorio, non è neutro, non è un novello Pilato, anzi sugli indifferenti o “ignavi”, di ieri (e aggiungo di oggi: Papa Francesco denuncia l’attuale “globalizzazione dell’indifferenza”), non nasconde il suo giudizio aspro e negativo, quando li incontra nell’Inferno:

Misericordia e giustizia li sdegna: // non ragioniam di lor, ma guarda e passa

(Inferno, Canto III, ww. 50-51).

Domenico di Michelino-Dante e il suo poema, 1465

Dante, viceversa, è impegnato a fare la propria parte, schierandosi, contrastando i potenti e i prepotenti, proponendo le sue idee: ci prova ad essere un protagonista, esponendosi e pagando un costo molto alto con l’emarginazione subita e l’esilio obbligato. Egli è un innovatore rivoluzionario quando si occupa dei rapporti tra politica e religione, tra Stato e Chiesa, prendendo le distanze sia dalla Teocrazia papale (che, allora, pretendeva assoggettare lo Stato alla Chiesa, la politica alla religione) e sia dalla Teocrazia imperiale (che, al contrario, allora, pretendeva assoggettare la Chiesa allo Stato, la religione alla politica): Dante, anticipando i tempi e preparando il futuro di tutte le Costituzioni degli Stati liberi e democratici, propone la laicità dello Stato e della politica e la loto autonomia-indipendenza dalla Chiesa e dalla religione, in nome della distinzione dei ruoli, dei compiti, delle finalità dei due soggetti, richiamati viceversa al dialogo, al rispetto reciproco, alla collaborazione per costruire il bene comune dell’umanità (“De Monarchia”).

Dante, inoltre, esprime il suo vissuto di uomo di solida fede, di alta tensione etica, di fiducia ottimistica sul futuro dell’uomo singolo e associato nella duplice valenza religioso-teologica e laico-umanistica.

La sua è la forte fede di un credente cristiano, quale è espressa dalla dottrina e dalla teologia della Chiesa apostolica, cattolica, romana, convinto della vita come missione e dovere, convinto che il bene trionferà, convinto dell’esistenza di un Dio amorevole e giusto, dispensatore di premi e castighi in relazione ai meriti e demeriti degli uomini responsabili del loro operato, convinto dell’immortalità dell’uomo-persona, convinto che c’è “un oltre” e c’è “un’altra” in un mondo parallelo al nostro (tri-partito in inferno, purgatorio, paradiso).

La sua, però, è anche la forte fede di un credente laico, che ha fiducia nell’uomo e nell’umanità, nelle loro infinite possibilità, nella loro inesauribile creatività, nella loro prassi coraggiosa. Egli, infatti, re-interpreta la personalità e la vocazione dell’”Ulisse omerico”, facendone la metafora, il simbolo, il modello di riferimento per le future generazioni: Ulisse, dopo essere ritornato da Troia nella sua Itaca e tra gli affetti della sua famiglia, si rimette in navigazione per conoscere che cosa c’è al di là dei limiti invalicabili delle “colonne d’Ercole”, rappresenta, per Dante, una tendenza strutturale (oserei dire genetica) di ogni uomo, quella del “viaggio” laico permanente, ossia di non sentirsi mai arrivato, di non stare fermo nell’inattività, dell’essere sempre in cammino verso “un oltre” e “un’altra” dimensione della vita, verso un nuovo orizzonte, una nuova “frontiera”, da meta a nuova meta, animato dall’”eroico furore” (teorizzato dal filosofo Giordano Bruno), confidando soltanto nella conoscenza, nell’etica, nella filosofia, nella scienza. Egli nel suo viaggio nell’Inferno e nel suo incontro con Ulisse gli fa dire:

Considerate la vostra semenza, //   fatti non foste a viver come bruti, // ma per seguir virtute e canoscenza”,

(Inferno, Canto XXVI, ww. 118-120),

Domenico Morelli: Dante e Virgilio nel Purgatorio

Quello messo in bocca da Dante a Ulisse è ancora l’ideale di vita dell’uomo contemporaneo e continua ad essere l’ideale di vita degli emigranti (italiani e non), che mette in movimento milioni di esseri umani verso la propria “terra promessa” e la realizzazione dei propri sogni, speranze, utopie.

Dante, inoltre, esprime il suo vissuto di uomo dalla forte pulsione o forte virtù dell’ ”Amore, sentito e testimoniato, anche qui, nelle sue espressioni politica, religiosa, laica, che il Nostro sente e comunica come la forza che rende possibile la vita e rende la vita senza fine. L’Amore per la libertà politica per Dante è quello che dà dignità e autonomia al buon cittadino, il quale la rivendica a tal punto come diritto inalienabile e insopprimibile da rinunciare alla vita pur di non perderla: Dante come cristiano non può accettare il suicidio, ma come poeta e soprattutto come uomo-cittadino e politico non giudica, non condanna, comprende e fa dire a Virgilio quando nel Purgatorio gli presenta Catone l’Uticense:

Libertà va cercando, ch’ è sì cara, // come sa chi per lei vita rifiuta”    (Purgatorio, Canto I, ww. 71-72).

Per il Dante del Paradiso, poi, l’Amore muove tutto, è il motore dell’universo, l’essenza di tutto ciò che esiste, la struttura ontologica, oggettiva dell’armonia della natura e del mondo:

l’ Amor che muove il sole e l’ altre stelle

(Paradiso, Canto XXXIII, w. 145),

non come causa efficiente, ma come causa finale, in quanto tutti gli astri privi della perfezione divina tendono a Dio per Amore del creatore, ordinatore e provvidenza, attratti dalla sua perfezione. L’Amore rende possibile la vita: se si spegnesse questa forza vitale cesserebbe la vita degli uomini, della natura, del firmamento. Sempre nel Paradiso indica nell’Amore la motivazione della scelta di Maria, un’umile donna, a farsi grembo materno e Madre di Dio, per il progetto salvifico dell’umanità da parte di Gesù Cristo. La marialogia di Dante è incentrata sul ruolo indispensabile e sufficiente, di mediatrice della salvezza di Maria, alla quale egli dedica la più bella preghiera in assoluto:

Vergine madre, figlia del tuo figlio, //   umile ed alta più che creatura, //  termine fisso d’ eterno consiglio. // Tu se’ colei che l’umana natura //       nobilitasti sì, che il suo Fattore //   non disdegnò di farsi sua fattura. //            Nel ventre tuo si raccesse l’ amore // per lo cui caldo nell’ eterna pace //           così è germinato questo fiore. //   Qui se’ a noi meridiana face //                            di caritate;   e giusto, intra i mortali, //   se’ di speranza fontana vivace. //    Donna, se’ tanto grande e tanto vali, // che, qual vuol grazia e a te non ricorre //       sua disianza vuol volar senz’ ali. // La tua benignità non pur soccorre //              a chi domanda. Ma molte fiate // liberamente al domandar precorre. //                 In te misericordia, in te pietate //   in te magnificenza, in te s’ aduna // quantunque in creatura è di bontade !

(Paradiso, Canto XXXIII, ww.1-21).

Joseph Anton Koch,: Purgatorio, (1825)

Dante esalta in Maria l’ ”exemplum”, il modello di riferimento della madre e della figlia e, nello stesso tempo, dà il più alto riconoscimento della centralità e dell’egemonia della donna e del suo ruolo nella famiglia e nella società, in contro-tendenza all’anti-femminismo e all’omofobia dominante nel suo tempo (e ancora – purtroppo – presente nelle sacche più retrive della società odierna).

Per Dante, inoltre, l’Amore è il sentimento platonico e stilnovista, ossia tenero, puro, che tanti uomini nutrono per la donna amata, la cui metafora, il cui simbolo è Beatrice, alla quale egli eleva un dolce canto :

Tanto gentile e tanto onesta pare // la donna mia quand’ella altrui saluta,// ch’ ogne lingua deven tremando muta// e li occhi non l’ardiscon di guardare.//   Ella si va, sentendosi laudare, // benignamente d’ umiltà vestuta; // e par che sia una cosa venuta //   da cielo in terra a miracol mostrare. // Mostrasi sì piacente a chi la mira, // che dà per li occhi una dolcezza al  core,//
che ’ntender no la può chi no la prova: // e par che de la sua  labbia  si mova //
un spirito soave pien d’amore,/ che va dicendo a l’ anima: sospira.

(“Vita Nova”, capitolo XXVI).

L’Amore, per Dante, è anche un sentimento tanto irruento da diventare passione umana, che rifiuta le regole e i vincoli religiosi, morali, sociali e rivendica il suo diritto naturale e umano a manifestarsi a qualsiasi costo: è l’Amore clandestino e reciproco di Paolo e Francesca, che li porterà ad una morte violenta. Dante, religioso, moralista, medievale li condanna e li colloca nel cerchio infernale dei morti per peccato carnale, ma il Dante uomo, comprensivo e ammirato, dedica ai due amanti i versi poetici d’amore i più belli e struggenti della poesia universale; Francesca racconta a Dante e Virgilio la storia a tragico fine del suo amore per Paolo e gli dice:

Amor ch’ al cor gentil ratto s’ apprende, // prese costui de la bella persona //     che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’ offende, // Amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, // che, come vedi, ancor non m’abbandona.// Amor condusse noi ad una morte. // Caina attende che a vita ci spense”……….. “Noi leggiavamo un giorno per diletto // di Lancillotto come amor lo strinse; // soli eravamo e sanza alcun sospetto. // Per più fiate li occhi ci sospinse //       quella lettura, e scolorocci il viso; // ma solo un punto fu quel che ci vinse. //     Quando leggemmo il disiato riso // essere basciato da cotanto amante, //         questi, che mai da me non fia diviso, // la bocca mi baciò tutto tremante.// Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse: // quel giorno più non vi leggemmo avante”.// Mentre che l’ uno spirto questo disse, // l’ altro piangea; sì che di pietade //  io venni men così com’ io morisse.   //   E caddi come corpo morto cade.“       (Inferno, Canto V, ww. 100-107).

Le poche modeste riflessioni fatte sopra, sia pure in minima parte, fanno memoria di Dante Alighieri e spiegano perché egli è ancora presente nel tempo attuale, nella contemporaneità con la sua ineguagliabile carica poetica, la sua vasta ed organica cultura, la sua visione profetica, la sua forte tensione umanistica, che indicano l’uomo, qualunque uomo, come una persona, un valore in sé, un fine in sé, tanto che la sua poesia e il suo messaggio sono tuttora percepiti come fondamenti universali ed eterni dell’Umanesimo senza aggettivi (teista, ateista, laico).