D’Ambrosio (ex presidente Cavenit): “Abbiamo potuto fare ben poco per aiutare i nostri imprenditori”

Alfredo D'Ambrosio, ex presidente di Cavenit

CARACAS – Crisi economica, politica, istituzionale ed anche sanitaria. Una tormenta perfetta.  Alfredo D’Ambrosio l’ha vissuta con intensità. È stato lui, infatti, il timoniere, “nocchiero” l’avrebbe chiamato Dante, incaricato di traghettare la nostra Cavenit tra le acque agitate dell’Acheronte venezolano. Dopo aver consegnato il testimone, qualche settimana fa, all’attivissima imprenditrice Lidia Bruttini, ha tracciato con la Voce un primo bilancio degli anni, ben sei, a capo di uno dei più importanti organismi imprenditoriali binazionali del Paese.

– Abbiamo potuto fare ben poco per aiutare i nostri imprenditori in questo momento di crisi acuta – ha riconosciuto subito non senza rammarico. Poi ha proseguito sottolineando:

– L’attività svolta in seno alla Camera di Commercio mi ha permesso di conoscere molto più da vicino la realtà della comunità italiana. Non puoi immaginare l’importanza che hanno le nostre collettività in alcune regioni del Paese. Ma non ne hanno coscienza. I nostri connazionali hanno conservato intatti i propri valori: quelli della famiglia, dell’unità, delle tradizioni, della cultura e delle relazioni con la Madrepatria. In questi anni siamo riusciti, credo, a fare squadra con istituzioni italo-venezuelane con le quali non avevamo quasi relazioni. Inoltre, abbiamo promosso un maggiore accostamento alle organizzazioni imprenditoriali venezuelane. Ad esempio, Fedecámaras e Consecomercio.

–  Come è nato questo tuo interesse per Cavenit, questa tua necessità di partecipazione alle sue attività?

Ha confessato che, fino al 2005, 2006, non si sentiva coinvolto. Il suo mondo girava attorno alle attività commerciali della famiglia e ai salotti intellettuali venezuelani.

– Sono arrivato in Venezuela nel ’72 – ha raccontato -. In precedenza, nonostante mio padre ci fosse nato e ci vivesse, venivo poco. Solitamente, in vacanza. Sono stato molto vicino al “Movimento al Socialismo”, ai tempi in cui lo frequentava Jacobo Borges…

Ha quindi ricordato gli anni in cui era di moda il libro di Teodoro Petkoff “Cecoslovacchia, il socialismo come problema”. E i dibattiti tra la sinistra ortodossa e quella riformista e democratica. Fu il confronto da cui nacque, negli anni Settanta, il progetto della sinistra francese, spagnola e italiana. Gli anni in cui i partiti comunisti francese, spagnolo e italiano cominciarono a rivendicare la propria indipendenza di fronte all’onnipresente Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Uno scisma che condusse all’eurocomunismo di Enrico Berlinguer e alle “convergenze parallele”, un paradosso appartenente al lessico politico di un’epoca in cui forze politiche ideologicamente agli antipodi – leggasi Democrazia Cristiana e PCI – erano alla ricerca di un’intesa che sarebbe dovuta sfociare nel “compromesso storico”. Fu in quell’epoca che, in Venezuela, è maturata la decisione di Teodoro Petkoff, Pompeyo Márquez, Eloy Torres ed altre personalità della sinistra venezolana di abbandonare lo storico Partito Comunista, fondato da Juan Bautista Fuenmayor, Pio Tamayo, Rodolfo Quintero e Gustavo Machado, per dar vita ad una nuova creatura politica: il “Movimiento al Socialismo”. D’Ambrosio ha ricordato anche l’amicizia con Jacobo Borges, in quegli anni responsabile della “Commissione Propaganda” del Mas ed ancora artista poco noto.

– Con Jacobo – ha rievocato – ho fatto i primi passi nel mondo della comunicazione. Avevamo una società che sosteneva Teodoro Petkoff nelle campagne elettorali e realizzava lavori per finanziare la propaganda del Mas.

Dopo aver asserito che i figli d’italiani, le seconde e terze generazioni, si sentono un po’ stranieri ovunque, ha commentato:

– Tutti, in maggior o minor misura, abbiamo questa crisi d’identità. Quando conobbi il sociologo Riccardo Giumelli, e lessi i suoi libri, capii tante cose. Le seconde e terze generazioni siamo portatori di due culture.  Questa non è una limitazione.

– Al contrario, rappresenta una ricchezza.

– Gli italiani all’estero – ci ha detto – hanno una visione più globale del mondo. È così perché hanno due culture. Come sostiene Piero Bassetti, se si riesce a creare un network, gli italiani nel mondo possiamo diventare non solo una forza economica per l’Italia, ma anche politica dentro l’Italia.  Sono queste le ragioni che giustificano il progetto “Italicos”.

Ci ha parlato della sua pagina su Facebook. Si è rammaricato per non essere riuscito ancora a trasformarla “in uno strumento orientato a creare coscienza di cosa vuol dire essere cittadino italiano nel mondo”. E ci ha spiegato quella che, a suo avviso, è la differenza tra italianità e italianicità.

–  L’italianità – ci ha detto – è intrinseca nell’italiano che vive in Italia e vede sé stesso come italiano. L’italianicità, in cambio, lo è nella maniera come gli italiani all’estero vedono l’Italia. In questi anni, oltre a Cavenit ho portato avanti altri progetti. È stata fondata, ad esempio, la “Cattedra Italica”, presso l’Università di Mar del Plata, con Giumelli e altri professori.

– Ma come è avvenuto il tuo incontro con Cavenit…

Il responsabile, ha confessato, è stato l’ex presidente di Cavenit e noto industriale, Franco Trevisi.

– Siamo molto amici da quando eravamo giovani – ha affermato -. Fu lui ad incoraggiarmi. Mi disse: “Vieni, comincia a partecipare”. Superate le prime perplessità, seguii il suo consiglio. Iniziai come Direttore. Svolsi, poi, il ruolo di Vicepresidente. Nel 2014 mi fu proposto di assumere la responsabilità della presidenza. Insomma, a poco a poco, sono stato coinvolto nel progetto. Abbiamo vissuto un periodo molto particolare. Gli ultimi sei anni sono stati tra i peggiori per il Venezuela. In un contesto politico, istituzionale ed economico così peculiare, il ruolo della nostra Camera di Commercio, promuovere le piccole e medie imprese italiane, si è paralizzato. Non c’era alcuna possibilità di favorire l’esportazione di prodotti italiani in Venezuela.

 

Acque agitate

Certo non è lo stesso essere al timone della Camera di Commercio in pieno boom economico che esserlo in piena crisi economica e istituzionale.  Le poche aziende italo-venezolane, che ancora sopravvivono, sono allo stremo. Agonizzano. Le multinazionali italiane, invece, si sono trasferite altrove. Abbiamo chiesto:

– Che utilità, in questo contesto, può avere la nostra Camera? Qual è stata la trasformazione che hai dovuto pilotare per adeguarla alle esigenze dei nostri giorni?

– La funzione della Camera di Commercio è spiegata nei suoi statuti. È la promozione delle piccole e medie imprese italiane e del “Made in Italy”. Lo è anche offrire servizi ai soci – ha puntualizzato immediatamente. Poi, quasi sottovoce, ha proseguito:

– Eh, sì… Promuovere le piccole e medie imprese… Ad essere sinceri, in questo ambito abbiamo potuto fare ben poco. Il mercato venezuelano si è chiuso a tutte le attività. In particolare, al commercio con l’Europa. Il governo venezolano, poi – ha aggiunto -, preferisce la Turchia, la Bielorussia, la Cina… Il “Made in Italy” è stato promosso attraverso alcune attività come le degustazioni, le conferenze… I “webinar” ci hanno permesso di essere molto attivi, soprattutto nell’ultimo anno.

Ha ricordato che un aspetto importante sono i servizi che Cavenit offre ai soci.

– L’unica maniera perché una impresa nazionale possa sopravvivere – ha assicurato – è cercare di appoggiarsi sull’esportazione. Abbiamo promosso tanti “laboratori” e incontri. Abbiamo anche incentivato la partecipazione dei nostri soci in attività promosse dal governo. È chiaro che, al sostenere attività che avvicinano le aziende al governo – ha ammesso -, ci rende soggetti a critiche.

Tra le attività svolte durante la sua presidenza, ha parlato con particolare entusiasmo del “ritiro” a San Felipe.

– L’obiettivo era ripensare Cavenit – ci ha detto -.  Come noi vediamo la Camera e come vorremmo che sia la camera fra 5 anni, fra 10 anni…

L’esperto che guidò i partecipanti, circa una trentina di soci, in questa analisi introspettiva fu Tulio Hernández. Dall’incontro emerse la necessità di un maggiore coinvolgimento della Camera in seno alla nostra Comunità

–  Da allora – ha precisato con soddisfazione -, la Camera ha acquisito più visibilità. L’ex presidente Sergio Sannia diceva che bisogna fare massa critica. Così ci siamo avvicinati ai nostri Centri Italiano-Venezuelani. In fondo, almeno simbolicamente, rappresentano l’italianità presente in tutto il Venezuela…

Parallelamente, attraverso il progetto “Italicos”, con la collaborazione di Cavenit, organizzò “Paseo Italico”. Fu questa un’attività che, ci ha assicurato, gli permise di conoscere le associazioni regionali.

– In passato furono molto attive e molto utili. Erano un po’ il ponte con l’Italia. Purtroppo, oggi ne restano pochissime…

– Si potrebbero riattivare – ha proposto -. C’è di nuovo un certo interesse nelle regioni per le realtà italiane all’Estero. Vedi, ad esempio, il progetto “turismo delle radici”. Nel secondo periodo di presidenza abbiamo fatto un nuovo incontro: “Riflessioni in Tempi di Incertezza”.

 

Stringere i denti e resistere

Ha spiegato che l’obiettivo era analizzare cosa fare per sopravvivere. O meglio, cosa potevano fare le piccole industrie per superare senza grossi danni questa epoca d’incertezza. La risposta fu: “stringere i denti e resistere…”

– A differenza di quello che accade nella maggior parte dei paesi europei, la comunità italiana in Venezuela più che dedicarsi al commercio si impegnò a costruire una fitta rete industriale. Nacquero laboratori artigianali, piccole e medie industrie, grosse aziende: calzaturifici, mobilifici, pastifici e così via. Non c’èra settore in cui non si notasse l’impronta italiana. Oggi la realtà è assai diversa.

–  Voglio aprire una piccola parentesi riguardo al “Made in Italy” locale. Sono cosciente che potrebbe “suonare” a falsificazione…

– È difficile parlare di falsificazione quando si parla di prodotti d’eccellenza. Prima della crisi, le mozzarelle di bufala, prodotte nei caseari venezuelani, erano consumate nei migliori ristoranti di New York e Miami. Non è falsificazione produrre una ottima pasta. Simón Nobile, proprietario di “Pasta Capri” uno dei pastifici più importanti del Paese, è presidente onorario dell’International Pasta Organization…

– La verità – ci ha detto con rammarico – è che abbiamo potuto fare ben poco per aiutare i nostri imprenditori, anche cercando la sponda della nostra Ambasciata. Sia l’Ambasciatore Silvio Mignano, prima, sia l’Ambasciatore Placido Vigo, poi, ci hanno detto: “signori sono imprese che dipendono dal sistema giuridico locale. Non possiamo intervenire in questo tipo di attività. Possiamo farlo solamente quando c’è una violazione dei diritti umani e sempre che ne siano coinvolti cittadini italiani”. Una piccola contribuzione è stata data nei casi di saccheggio e in quelli di esproprio. Ma sono stati interventi su scala ridotta. In questo momento – ha proseguito -, di fronte alla debolezza economica, politica e sociale del governo, si stanno aprendo alcuni spiragli di cui dovremo approfittare. Un esempio… Nel 2009, furono espropriate 69 aziende italiane che operavano nel lago di Maracaibo. Recentemente un gruppo di deputati si è avvicinato alla Camera, ha ammesso che in passato sono stati fatti errori e ha manifestato il desiderio di riattivare il settore. Stiamo contribuendo a favorire un incontro tra il governo e questi imprenditori. Pare che il Governo abbia preso coscienza della necessità dell’imprenditorialità privata per far ripartire l’economia. Probabilmente non guadagneremo in democrazia, ma almeno permetteremo alle ditte di operare nuovamente, e salvarsi economicamente.

Certamente, di difficoltà negli ultimi dieci anni ce ne sono state. E non poche. Le decisioni economiche del governo hanno provocato una contrazione senza precedenti del Prodotto Interno Lordo, la carenza di servizi pubblici idonei allo sviluppo, una iperinflazione mai vista in America Latina, un livello di disoccupazione inimmaginabile e via dicendo. È per questo che abbiamo chiesto:

Quali sono stati i momenti più difficili che hai dovuto superare a capo della Camera di Commercio?

– La verità è che abbiamo vissuto un’epoca assai difficile – ci ha detto -.  Soprattutto perché non avevamo chiaro quali meccanismi usare per promuovere l’esportazione di prodotti italiani e per sostenere i nostri soci.

Parla delle complicazioni derivate dai frequenti e prolungati blackout e della necessità di rinforzare l’infrastruttura telematica per far fronte alle limitazioni imposte dalla Covid-19. Ha affrontato, quindi, un tema che gli sta particolarmente cuore: la presenza di Cavenit in tutto il Paese, presenza assicurata dalle “Seccionales”.

– Sono state sempre le nostre antenne – ha commentato – Ho lavorato per dare loro più protagonismo. Nel corso della mia prima presidenza, si è riusciti ad aprire la “Seccional” di Maturín, località in cui la nostra comunità anche se non numerosa è molto attiva. Ho fatto tutto il possibile per aprirne una a San Cristobal. Ma non ci sono riuscito. San Cristobal è troppo lontano. C’è poi quella di Barinas. Ho approfittato di un viaggio, in cui ho accompagnato l’ambasciatore Placido Vigo, per incontrare la comunità e gettarne le basi. Purtroppo, chi si era impegnato nella creazione della “seccional” si è ammalato di Covid. Mi sembra importante avere contatti con le differenti realtà nazionali.

 

La crisi della Scuola italiana

Prima di affrontare lo spinoso tema della Scuola Agostino Codazzi, ha commentato come, con un certo grado di immaginazione, si siano organizzate degustazioni “on-line”.

– Il socio che si iscrive per parteciparvi – ha spiegato – riceve a casa un pacco con i prodotti da degustare. Nel corso del webinar si spiegano le loro caratteristiche e peculiarità.

In quanto alla nostra Scuola italiana, non ha nascosto la propria preoccupazione. L’istituzione, anni addietro, era fiore all’occhiello della Collettività.

– La Voce ha scritto tanto sul tema. E lo ha fatto ancor prima che si trasformasse nel centro delle animate “tertulias” promosse da Filippo Vagnoni o dell’esame, più o meno, attento di esponenti, veri o presunti, della nostra comunità.

– È una attività extra camerale – ha tenuto a precisare, quasi volendo mettere paletti ben precisi circa le competenze e responsabilità di Cavenit -. Come italico, considero l’argomento assai importante. Con Flavia Pesci Feltri ci siamo detti: l’unica via per poter sbloccare la faccenda è studiare gli statuti e analizzare quali irregolarità sono state commesse dalla Giunta Direttiva della Scuola. Abbiamo constatato che, nell’Assemblea del 2015, effettivamente ne erano state commesse alcune. L’unica via percorribile per promuovere una svolta, a nostro avviso, era convincere almeno venti membri dell’Associazione Civile Agostino Codazzi a firmare la richiesta formale di una assemblea straordinaria. Abbiamo raccolto 48 firme. Accompagnati da un funzionario notarile abbiamo cercato di consegnare la lettera corredata dalle firme. I responsabili della scuola si sono rifiutati di riceverla. Poi sono intervenuti l’Ambasciata e il Consolato. Confesso che non ho ben chiaro perché non abbiano voluto seguire la via che ci eravamo tracciati. Ci è stato chiesto di coinvolgere il Comites, in quanto istituzione rappresentativa della Comunità, ma anche di non coinvolgere personalmente il presidente Ugo Di Martino, che pure in un primo momento era tra i firmatari della lettera.  Il presidente del Comites, ci è stato spiegato, deve essere visto come una persona “super-partes”. L’impulso e l’entusiasmo iniziale è andato scemando.

Ha quindi precisato, rimarcandolo, come il tema della Scuola gli abbia permesso di stringere ottimi legami con il presidente del Comites, Ugo di Martino.

– Ne sono diventato quasi un consigliere intimo – ci ha detto tra il serio e il faceto.

Per concludere ci ricorda che, nel lontano 1954, il nonno fu tra i fondatori della Camera di Commercio e il suo primo presidente. Fa anche notare che, oggi, non pochi membri della Giunta Direttiva sono figli o nipoti di esponenti della comunità che a loro tempo parteciparono attivamente alla vita dell’organismo imprenditoriale. È questa una peculiarità che la nostra Ambasciata ha sottolineato dedicando ad essa uno dei numeri della newsletter mensile “Italia con te” diffusa ormai in tutto il Venezuela.

Mauro Bafile