Decapitato interprete afghano, lavorò per gli Usa

Un militante talibano in una foto d'archivio.
Un militante talibano in una foto d'archivio. (ANSA)

WASHINGTON. – “Sei una spia degli americani, un infedele, la pagherai”. Sohail Pardis, uno dei tanti interpreti e traduttori afghani che in questi anni hanno lavorato per le forze Usa impegnate nel Paese, di minacce dai talebani ne aveva ricevute tante negli ultimi mesi, tanto che adesso la sua fine assume i contorni di una morte annunciata.

Sohail infatti è stato ucciso, decapitato dai militante fondamentalisti mentre la scorsa primavera tornava dalla famiglia, nel suo villaggio.

A raccontare la tragica storia è la Cnn, nei giorni in cui il presidente Joe Biden va ripetendo la promessa di voler salvare e proteggere dalla vendetta talebana coloro che nei lunghi anni della guerra hanno collaborato con le truppe ed il personale Usa in Afghanistan ed ora rischiano la vita.

C’e’ già un piano che prevede il trasferimento di molti di loro e delle loro famiglie in basi militari americane, una in Virginia, altre due in Kuwait e in Qatar. Un compito non facile visto che gli afghani che hanno lavorato per gli Usa in 20 anni di conflitto sono almeno 35 mila.

Tra loro c’era Sohail, 33 anni. Era il 12 maggio quando stava guidando da Kabul verso la vicina provincia di Khost, dove avrebbe dovuto raggiungere la sorella per celebrare insieme la fine del Ramadan. Non arriverà mai. Lungo la strada, in un tratto di deserto, la sua auto è stata avvistata all’altezza di un posto di blocco dei militanti jihadisti che esplosero dei colpi di arma da fuoco per fermarlo.

Sohail infatti per sfuggire alla cattura avrebbe disperatamente cercato la fuga pigiando sull’acceleratore. I dettagli sull’accaduto sono pochi, rivelati dai testimoni di un vicino villaggio che hanno poi raccontato i fatti agli uomini della Mezzaluna Rossa. Una volta raggiunto e trascinato fuori dalla vettura Sohail non ha avuto scampo, brutalmente assassinato.

Proprio come profetizzato nelle tante minacce che aveva ricevuto, ricorda ora un amico e collega: “Gli dicevano che era una spia, un infedele, che avrebbero ucciso lui e la sua famiglia”, racconta Abdulhaq Ayoubi.

Intanto nel Paese, dove oramai è di fatto completato il ritiro delle truppe Usa ordinato da Biden, la tensione torna a salire a livelli di guardia, coi talebani che affermano di controllare il 90% dei confini afghani. “É una bugia assoluta”, la secca replica del ministro degli esteri di Kabul Fawad Aman, che parla di “propaganda senza alcun fondamento di verità”.

Ma la realtà per molti osservatori è che i militanti talebani stanno riguadagnando terreno e che una volta partiti gli americani la sfida per le forze afghane si fa dura. Non è un caso se nelle ultime ore, rivela sempre la Cnn, le forze Usa con due raid aerei sono tornate a colpire i talebani nella provincia di Kandahar. Un’azione per sostenere le forze di sicurezza di Kabul che segue altre cinque o sei raid compiuti dagli Usa nel corso dell’ultimo mese.

E per fare il punto della situazione si è svolta alla Farnesina la riunione degli Inviati Speciali per l’Afghanistan di Europa (Italia, Francia, Germania, Norvegia, Regno Unito) e Stati Uniti, aperta dal sottosegretario di stato Manlio Di Stefano. Al meeting, collegati in video da Kabul e Doha, sono intervenuti anche i rappresentanti del governo afghano e quelli dell’ufficio politico dei talebani.