Al Vittoriano la prima mostra sulle stragi nazifasciste

Un carro pesante tedesco Panzer VI Tiger I di fronte al Vittoriano al centro di Roma nel febbraio 1944.
Un carro pesante tedesco Panzer VI Tiger I di fronte al Vittoriano al centro di Roma nel febbraio 1944. (Bundesarchiv, Bild 101I-310-0880-38 / Engel / CC-BY-SA 3.0)

ROMA. – Foto storiche, tratte dai fascicoli processuali, da archivi pubblici o privati, filmati e mappe interattive con i luoghi delle principali stragi, dei campi di internamento e dei procedimenti penali. E’ un viaggio nella memoria e un percorso didattico, la mostra “Nonostante il lungo tempo trascorso…” al Sacrario delle Bandiere delle Forze Armate del Vittoriano, che riapre al pubblico per l’occasione dopo un anno e mezzo.

L’esposizione – visitabile fino al 30 settembre – parte dai crimini di guerra commessi dai nazifascisti sui militari italiani all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943, documenta le stragi di partigiani e civili, le deportazioni nei lager del Terzo Reich e il lavoro coatto, fino ai processi, che solo dopo decenni hanno fatto luce e attributo responsabilità per quei massacri.

Un racconto unico e completo, e per questo inedito, di un periodo storico a lungo rimosso. Nasce da un’idea del procuratore generale militare, Marco De Paolis, che a lungo ha lavorato per dare un nome ai responsabili di quei massacri, sostenuta dallo Stato Maggiore della Difesa.

“La mostra – ne riassume così i contenuti De Paolis – parla del percorso che ha portato alla Liberazione e alla nostra Costituzione. In Italia – osserva – per tanti anni abbiamo rimosso il ricordo dei fatti accaduti dopo l’8 settembre. Alcuni sono stati portati alla luce, o conosciuti meglio, attraverso indagini tardive: l’ultimo processo penale militare riguardava la strage di Cefalonia, è stato celebrato nel 2013, a distanza di 70 anni. La giustizia aveva fermato l’orologio, i fatti erano stati riposti nel cosiddetto armadio della vergogna e a partire dalla seconda metà degli anni ’90 è stata riaccesa la luce”.

I documenti raccolti riguardano non solo le stragi più eclatanti, come quelle di Marzabotto o delle Fosse ardeatine, ma anche tanti massacri meno noti avvenuti nel Meridione, e che testimoniano indirettamente il contributo della popolazione alla Liberazione. C’è poi il caso di Domenikon, in Grecia, “la strage a parti inverse”, e quello nel borgo francese di Oradour-sur-Glane, il più grave massacro compiuto in Europa, in cui furono trucidate 642 persone, tra cui anche una decina di italiani.

“Dopo 500 procedimenti di indagine e 17 processi mi sono proposto di colmare questa lacuna culturale”, aggiunge De Paolis, che ora ha in mente un centro di documentazione nazionale sui crimini e i processi. “Una mostra necessaria”, la definisce il generale Alfonso Manzo, capo del V Reparto Affari Generali dello Stato Maggiore della Difesa, su “fatti di cui occorre parlare, affinché non si ripetano mai più”.