Papa Francesco in Ungheria: “La diversità fa paura, ma no alle chiusure”

L'arrivo di Papa Francesco in Slovacchia.
L'arrivo di Papa Francesco in Slovacchia. (Ufficio Stampa Vatican News)

BUDAPEST-BRATISLAVA. – La parola “migranti” papa Francesco la cita solo nell’incontro con i vescovi ungheresi, ma questa prima giornata del suo 34/o viaggio all’estero, che lo porta prima a Budapest e poi in Slovacchia, è tutta intessuta del richiamo – lasciato dal cuore dell’Europa – di evitare le “chiusure” e gli “arroccamenti” e di “aprirsi agli assetati di oggi”.

Anche nell’incontro con il primo ministro Viktor Orban, che vede appena arrivato nella capitale magiara, nel Museo delle Belle Arti, presenti anche il presidente della Repubblica Janos Ader, il vice primo ministro Zsolt Semjen, e per parte vaticana il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin e quello per i Rapporti con gli Stati mons. Paul Richard Gallagher, le principali e possibili punte d’attrito – come appunto l’accoglienza di migranti e profughi – vengono evitate.

Il comunicato della Santa Sede parla di “clima cordiale”, mentre fra i temi trattati vi sono “il ruolo della Chiesa nel Paese, l’impegno per la salvaguardia dell’ambiente, la difesa e la promozione della famiglia”. Ciò non toglie che Orban scriva poi spavaldamente su Facebook di aver chiesto “a Papa Francesco di non lasciare che l’Ungheria cristiana perisca”.

E il suo portavoce che al Papa Orban ha dato come regalo una copia della lettera che il re ungherese Béla IV nel 1250 aveva scritto al Papa Innocenzo IV, in cui chiedeva l’aiuto dell’Occidente contro i bellicosi tartari che minacciavano l’Ungheria cristiana. Tutt’altro, quindi, che un messaggio conciliante sull’arrivo degli stranieri in Europa e in Ungheria.

Il Papa, comunque, negli appuntamenti religiosi va per la sua strada. Nell’incontro a Budapest col Consiglio ecumenico delle Chiese e le Comunità ebraiche, lancia un forte richiamo contro l’antisemitismo, “minaccia che ancora serpeggia in Europa e altrove”, “una miccia che va spenta”.

“Dobbiamo vigilare e pregare perché non accada più – avverte -. E impegnarci a promuovere insieme una educazione alla fraternità, così che i rigurgiti di odio che vogliono distruggerla non prevalgano”. E rivolgendosi ai leader religiosi, “nessuno possa dire che dalle labbra degli uomini di Dio escono parole divisive, ma solo messaggi di apertura e di pace”.

Poi nella messa in Piazza degli Eroi davanti a oltre 100 mila persone, a conclusione del 52/o Congresso eucaristico internazionale, invoca a lasciare “che Gesù Pane vivo risani le nostre chiusure e ci apra alla condivisione, ci guarisca dalle nostre rigidità e dal ripiegamento su noi stessi; ci liberi dalla schiavitù paralizzante del difendere la nostra immagine”.

All’Angelus, quindi, rimarca che la Croce “esorta a mantenere salde le radici, ma senza arroccamenti; ad attingere alle sorgenti, aprendoci agli assetati del nostro tempo. Il mio augurio è che siate così: fondati e aperti, radicati e rispettosi”. Ma è soprattutto con i vescovi d’Ungheria, spesso allineati con le posizioni governative di chiusura, invitati invece dal Papa a “essere testimoni di fraternità”, che Bergoglio prende decisamente in mano la questione-stranieri.

“La diversità fa sempre un po’ paura – riconosce – perché mette a rischio le sicurezze acquisite e provoca la stabilità raggiunta”. Ma “davanti alle diversità culturali, etniche, politiche e religiose, possiamo avere due atteggiamenti – dice ancora -: chiuderci in una rigida difesa della nostra cosiddetta identità oppure aprirci all’incontro con l’altro e coltivare insieme il sogno di una società fraterna”.

E ricorda ai presuli magiari che loro stessi, nel 2017 davanti ad altre Conferenze episcopali europee, hanno ribadito “che l’appartenenza alla propria identità non deve mai diventare motivo di ostilità e di disprezzo degli altri, bensì un aiuto per dialogare con culture diverse”.

Insomma, “la Chiesa ungherese sia costruttrice di ponti e promotrice di dialogo!”. In Slovacchia, poi, dove giunge nel pomeriggio, accolto a Bratislava dalla presidente Zuzana Caputova, Francesco in un altro incontro ecumenico invita ancora alla condivisione con i più fragili e bisognosi, e con “la mano straniera che bussa alla nostra porta”.

“Possiamo ospitare insieme Gesù servendolo nei poveri – aggiunge -. Sarà un segno più evocativo di molte parole, che aiuterà la società civile a comprendere, specialmente in questo periodo sofferto, che solo stando dalla parte dei più deboli usciremo davvero tutti insieme dalla pandemia”.

(dell’inviato Fausto Gasparroni/ANSA)