La Camera boccia il presidenzialismo, legge elettorale in campo

xIn una foto d'archivio la Camera dei deputati.
In una foto d'archivio la Camera dei deputati.

ROMA. – La Camera affossa la proposta di legge di Fdi che avrebbe introdotto il presidenzialismo, formalmente sostenuto da tutto il centrodestra, anche se le numerose assenze evidenziano plasticamente, nonostante il forte appello di Giorgia Meloni in Aula alla compattezza, una certa tiepidezza di Fi e Lega.

A fronte di questa bocciatura, Montecitorio ha approvato una riforma costituzionale che abroga la base regionale per l’elezione del Senato, una riforma sostenuta solo da M5s e centrosinistra, e che allude alla legge elettorale, in particolare al proporzionale, tema dominante nei pour parler in Transatlantico, dove si registrano anche le voci di urne nel 2023 a maggio, facendo cioè durare la legislatura sino all’ultimo giorno.

La proposta di FdI, a prima firma Giorgia Meloni, avrebbe introdotto il semipresidenzialismo alla francese: un capo dello Stato eletto direttamente dai cittadini e con funzioni di governo e non di garanzia: una impostazione che ha spinto M5s, Pd e Leu a bocciare il testo già in Commissione, il 15 marzo. Essendo in quota opposizione la proposta è approdata comunque in Aula, dando modo a Giorgia Meloni di fare un intervento che ha anticipato il suo programma elettorale del 2023: il presidenzialismo “è la madre di tutte le riforme” e su questa FdI chiederà l’anno prossimo il voto degli italiani.

Come previsto una serie di emendamenti soppressivi dei 13 articoli hanno affossato la legge, visto che in Aula il centrodestra, al netto delle assenze, non avrebbe avuto comunque i numeri. Ma al di là delle dichiarazioni a sostegno della pdl Meloni, le assenze in Fi (23 deputati su 80) e nella Lega (38 deputati su 133), hanno indotto gli osservatori a ritenere che i partiti di Salvini e Berlusconi non abbiano voluto fare un assist a Meloni, anche perché non ci sarebbero comunque i tempi per una riforma costituzionale di tale portata.

E’ invece stata approvata in prima lettura una piccola riforma costituzionale, targata giallo-rossi, che abroga la base regionale per l’elezione del Senato. Questo consente il recupero dei resti su base nazionale, favorendo i partiti piccoli e medi, quelli che pagheranno il maggior prezzo del taglio dei parlamentari. Infatti questa riforma era nata, ai tempi della maggioranza giallo-rossa, proprio come contrappeso al taglio del numero degli scranni in Parlamento, come ha ricordato il relatore Federico Fornaro.

Il centrodestra ha votato contro perché, come ha spiegato il leghista Igor Iezzi, questa riforma sarebbe “il prodromo di una riforma elettorale proporzionale”, cosa negata da Fornaro, che ha sottolineato come la riforma approvata sia “neutra” rispetto alla legge elettorale. Pur essendo contraria, la Lega ha ritirato gli emendamenti puramente ostruzionistici, e tutto il centrodestra ha evitato una battaglia campale in Aula, che in un’ora ha sbrigato la pratica. Un epilogo che ha riaperto le “chiacchiere” sulla legge elettorale.

Il presidente della Camera Roberto Fico ha detto che “ci sono i margini per cambiarla” come nei giorni scorsi aveva auspicato Giuseppe Brescia (M5s), presidente della Commissione Affari costituzionali. Quest’ultimo due anni fa aveva depositato il Germanicum, un proporzionale con soglia al 5%, sul modello tedesco, appunto. Francesco Lollobrigida, capogruppo di Fdi ha criticato Fico, parlando di “ingerenza”, ma in Transatlantico molti deputati di diversi partiti sostengono che la riapertura del dossier dipenderà dall’esito delle amministrative del 12 giugno, come ha ammesso anche il ministro Federico D’Incà (M5s).

Se FdI dovesse distanziare molto gli alleati, addirittura superando la somma dei voti di Fi e Lega, a giudizio di qualcuno Salvini potrebbe cambiare atteggiamento, oggi fermo su un “non possumus”. E nei capannelli prende corpo l’ipotesi o l’auspicio che il Presidente Mattarella, sciolga le Camere l’ultimo giorno della legislatura, il 23 marzo, con le urne che si aprirebbero a fine maggio. Il che darebbe più fiato alla legislatura per ragionare sulla legge elettorale e al governo Draghi di gestire le tranche del Recovery Fund.

(di Giovanni Innamorati/ANSA)