Stretta sul gas dall’Ucraina, flussi ridotti del 30%

Tubi del gasdotto che termina a Stara Zagora, Bulgaria
Tubi del gasdotto che termina a Stara Zagora, Bulgaria. EPA/DIMITRIS TOSIDIS

BRUXELLES.  – Il primo taglio ai flussi di gas russi spaventa l’Europa mentre a Bruxelles l’atteso embargo al petrolio si è trasformato in un nodo gordiano che tiene sotto scacco l’Ue.

Come annunciato da Kiev, il Vecchio Continente si è risvegliato privato di un terzo del gas in arrivo dalla Russia. La causa non è una decisione unilaterale di Mosca ma “l’impossibilità” di transito attraverso il punto di ingresso di Sokhranivka. E la colpa, è l’accusa dell’Ucraina, è delle forze di occupazione russe. A Gazprom è stato offerto di trasferire i relativi volumi di transito al punto di interconnessione di Sudzha, che si trova nel territorio controllato dall’Ucraina ma, per il momento, il Cremlino non ci sente.

In Italia, tuttavia, nessuna emergenza è stata rilevata. Secondo il sito di Snam, i flussi al Tarvisio sono in diminuzione ma sono compensati dal maggior afflusso al Passo Gries. Il sistema è bilanciato, la domanda è soddisfatta, proseguono le iniezioni di gas in stoccaggio e anche fonti del ministero della Transizione Ecologica hanno confermato che non si è verificato alcun rallentamento nelle forniture. Eppure lo stop al punto di ingresso del Donbass getta una prima ombra sulla guerra energetica alla quale l’Ue si sta preparando.

Una guerra che si preannuncia lunga e per la quale, secondo il Financial Times, la Commissione Ue avrebbe pronto un piano da 195 miliardi di euro. Sarebbe questa, infatti, la cifra totale degli investimenti extra previsti dal pacchetto RePowerEu che Bruxelles dovrebbe presentare il 18 maggio.

L’obiettivo, come ripetono da settimane i vertici Ue, è l’indipendenza dall’energia russa accelerando, al tempo stesso, la transizione verso fonti pulite. E non è un caso che, secondo le prime bozze del piano, l’Ue preveda di aumentare il target di energia pulita nel mix al 45% entro il 2030, invece dell’obiettivo attuale del 40%.

Saranno giorni di delicatissime negoziazioni all’ombra dell’Atomium. Il sesto pacchetto di sanzioni continua a dividere l’Europa e l’Ungheria, con il passare delle ore, sull’embargo al petrolio continua ad alzare la posta. In un video su Facebook, mentre a Bruxelles erano riuniti gli ambasciatori dei 27 Paesi membri, il ministro degli Esteri magiaro Peter Szijjarto ha chiarito che Budapest darà via libera alle sanzioni solo se saranno esclusi i flussi di petrolio in arrivo attraverso gli oleodotti. Tradotto, il petrolio che dalla Russia arriva all’Ungheria, che non ha sbocchi sul mare.

L’ennesimo tackle ungherese rischia di innervosire gli interlocutori europei anche perché potrebbe ringalluzzire altri Paesi (vedi Bulgaria o Croazia) che dall’embargo al petrolio, seppur graduale, hanno molto da perdere.

“I contatti politici al più alto livello continuano, la videocall di von der Leyen con i Paesi orientali è in stand by”, hanno sottolineato fonti europee. E se non si trova una soluzione la videoconferenza quasi certamente non si terrà. Per uscire dall’angolo l’Ue potrebbe garantire a Budapest soldi cash come compensazione al taglio dell’import del greggio, ma anche su questo punto l’unanimità al momento resta lontana. E il rischio è che, lunedì 16 maggio, i ministri degli Esteri Ue si vedano senza ancora un accordo in cassaforte.

(di Michele Esposito/ANSA).