“Il suprematista di Buffalo voleva proseguire la strage”

Agenti della polizia sulla scena della sparatoria a Buffalo. EPA/BRANDON WATSON

WASHINGTON.  – Payton Gendron, il suprematista bianco di 18 anni autore della strage (in diretta online) di Buffalo, voleva proseguire la sua carneficina in un altro grande supermercato, ammazzando altri afroamericani. É uno degli ultimi sviluppi dell’inchiesta per “crimine d’odio”, alla vigilia dell’arrivo in città di Joe Biden e della first lady e dopo altre due sparatorie in California e Texas che hanno allungato la scia di sangue nel Paese.

Un’indagine che ha riacceso le polemiche su un cocktail esplosivo in America: il razzismo dilagante, il (mancato) controllo sulle armi e sui social, la sponda politica di anchorman tv e repubblicani a teorie cospirative diventate ormai mainstream, come quella che ha ispirato lo stesso Gendron del “great replacement”, ossia del rischio di vedere la maggioranza bianca rimpiazzata dalle minoranze, anche a causa delle politiche migratorie dei democratici.

Sul banco degli imputati sono finiti, in particolare, il controverso conduttore di Fox Tucker Carlson – da alcuni indicato come potenziale candidato presidenziale nel 2024 – e un pugno di repubblicani: tra loro JD Vance, il candidato trumpiano che ha vinto le primarie senatoriali in Ohio, e la deputata Elise Stefanik, la numero tre del partito alla Camera, subentrata a Liz Cheney dopo la sua rimozione per essersi schierata contro l’ex presidente nell’impeachment e nell’assalto al Capitol.

“La leadership repubblicana alla Camera ha consentito il nazionalismo bianco, il suprematismo bianco e l’antisemitismo. La storia ci ha insegnato che ciò che comincia con le parole finisce molto peggio. I leader del Grand Old party devono rifiutare queste visioni e quelli che le perpetuano”, ha accusato Cheney su Twitter, unendosi alle critiche dei dem e dei grandi media liberal.

Ma il massacro rilancia anche gli interrogativi sulle “red flag” mancate, ossia gli allarmi precedenti non valutati adeguatamente a livello sanitario e di sicurezza. Lo scorso giugno infatti Gendron era stato sentito dalla polizia e ricoverato un giorno e mezzo per una valutazione del suo stato mentale dopo che aveva fatto la minaccia “generica” di una sparatoria alla cerimonia del diploma nella sua scuola superiore.

Nonostante ciò, il giovane non era nella watchlist dell’Fbi o di altre autorità né l’episodio è emerso nei controlli di background quando ha acquistato il fucile semi-automatico AR-15.

Non mancano neppure le polemiche sulle piattaforme social che non censurano manifesti come quello razzista di 180 pagine postato dal killer di Buffalo: “Le reti social permettono a questo odio di fermentare ed espandersi come un virus”, ha denunciato la governatrice di Ny Katy Hochul. Intanto dalle indagini spuntano altri dettagli: Gendron, che aveva dipinto in bianco sulla sua arma la parola ‘Negro’ – espressione razzista e tabù in Usa -, aveva effettuato un sopralluogo alla vigilia della strage e quando è entrato in azione ha risparmiato uno dei clienti del supermercato che si era nascosto dietro una cassa  dopo aver visto che era bianco, scusandosi con lui (“sorry”). E mentre Buffalo piangeva le sue 10 vittime e i suoi tre feriti (di cui 11 afroamericani), tutti dipendenti e clienti del negozio tra i 20 e gli 86 anni, altre due sparatorie insaguinavano l’America.

Nel sud della California,  nella comunità per pensionati di Laguna Woods, un uomo di 68 anni, David Chou, di Las Vegas, ha aperto il fuoco in una chiesa uccidendo una persona e ferendone cinque, tutte di origine taiwanese, prima che i fedeli riuscissero coraggiosamente a disarmarlo e a legarlo con un cavo elettrico. Ancora ignoto il movente. In Texas invece,  vicino a Houston, una lite fra cinque uomini si è trasformata in tragedia, con due morti e tre feriti.  Ma il bilancio poteva essere ben peggiore, dato che gli spari sono volati in un affollato mercatino delle pulci.

(di Claudio Salvalaggio/ANSA).